Il programma “lungo” di ricerca “Deglobalizzazione conflittuale e riglobalizzazione selettiva” fu avviato dal think tank Stratematica, che coordinavo ed ancora dirigo, nel 2013 quando Barack Obama lanciò il progetto di due aree economiche amerocentriche, una nel Pacifico (Tpp) e l’altra con l’Ue (Ttip) escludendo Cina e Russia. La prima Amministrazione Trump, nel 2017, uscì dal trattato Tpp pur siglato con 11 nazioni per mantenere con piena sovranità la capacità di bilanciare il dare ed avere commerciale con l’area. Inoltre, spinse la dichiarazione (bipartisan) del Congresso che individuava la Cina come avversario sistemico, invertendo una postura statunitense che durava da decenni.
Il Ttip finì nel cassetto per la preoccupazione europea, principalmente tedesca, della controreazione simmetrica della Cina e di una riconfigurazione bellicista della Russia visibile dal 2014. L’Amministrazione Biden riprese l’americanismo della conduzione Trump, ma variandolo con misure competitive per attrarre investimenti reindustrializzanti negli Stati Uniti (reshoring). La seconda Amministrazione Trump ha sviluppato un americanismo ricattatorio, imponendo costi doganali per l’accesso al mercato statunitense sia ad alleati sia non, esagerando le motivazioni di sbilanciamento commerciale nei confronti dei primi.
Nel 2025 la deglobalizzazione ha raggiunto un picco, pur solo relativo e non assoluto, ed ha convinto l’Ue, su spinta della Germania messa in grave crisi dalla tendenza compressiva spinta da Washington e dalla competitività cinese, ad accelerare un processo di riglobalizzazione eurocentrica, anche favorito dalla disponibilità di molte nazioni sia del G7 sia del Sud globale ad aderire, motivo per la valutazione di un nuovo vettore probabilistico nel settore della geopolitica economica/finanziaria. Non è nuovo che alleati come il Canada ed il Giappone si spostino verso l’Ue siglando accordi commerciali “zero dazi” per compensare problemi con gli Stati Uniti. Ma è nuovo che l’India, tradizionalmente molto protezionista, lo faccia con l’Ue non solo sul piano commerciale, ma anche su quello strategico e dell’Industria militare. Così come è una novità la convergenza - pur contrastata dal settore agricolo europeo, ma risolvibile – dopo decenni di trattative tra Ue e Mercosur.
La prima valutazione è a quali condizioni di scala la riglobalizzazione eurocentrica (con regole compensative della crisi del diritto internazionale) possa ridurre la dipendenza europea, in particolare di Germania ed Italia, dall’export verso l’America. L’analisi di scala mostra che andrebbero aggiunti trattati economici con Australia, Regno Unito, Indonesia, Emirati ed altri nel Pacifico, ma soprattutto con l’Africa: infatti la strategia europea e quella italiana dei partenariati bilaterali strategici stanno accelerando in questa direzione.
Tempi? Per l’effetto compensativo detto sopra, calcolando l’espansione di investimenti trainati da un feedforward finanziario, un primo risultato compensativo sarebbe abbastanza rapido entro un trennio.
Ma tale calcolo dipende dalla reazione negativa di Stati Uniti e Cina all’espansionismo europeo. La prima va minimizzata con un massimo di diplomazia includendo più capitale statunitense nel progetto Ue ed una riconvergenza euroamericana che eviti un gap di forza per l’Ue e per l’Italia, ambedue in postura globale.