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Turi e Thor, il troll

By Matteo F. M. Sommaruga
turri e thor il trolFino a non poco tempo fa un troll abitava sullʼisola di Mikines. Durante lʼestate si nascondeva tra le nebbie delle sommità più alte, dove raramente i turisti si avventuravano e gli uccelli depositavano copiosamente le proprie gustosissime uova. Durante lʼinverno si rifugiava nel faro dello scoglio vicino, cibandosi del pesce che offriva il mare e delle capre in cerca di foraggio. Raramente i forestieri vi si avventuravano in quella stagione, quasi priva di sole e più fredda, umida e ventosa che lʼestate. Se però un escursionista capitava uno sotto le mani del troll, questi prima lo stritolava con le braccia possenti, poi gli staccava la testa dal resto del corpo, infine ne appendeva i resti nel soggiorno del faro.
Trovava che rompessero la monotonia dellʼaustero arredamento e, una volta che la carne fermentava, poteva cibarsene senza timore dei batteri che costoro potevano portarsi addosso da chissà quale remota località. Nessuno si lamentò mai delle persone scomparse, trattandosi solitamente di individui singolari, poco propensi a costruirsi una vita sociale. Donne divorziate e intenzionate a rimaner tali, figli unici di secondo e terzo letto, e via dicendo.
Uno di questi inverni vi passarono però tre fratelli siciliani, figli di un nobile barone dallʼantico lignaggio. Per preservare il castello avito, egli vi aveva aperto un agriturismo e inviato i rampolli in giro per il mondo a istruirsi e cercare nuove idee per lʼattività famigliare. I tre, giunti allʼarcipelago delle Faroe per acquistare alghe, aringhe e salmone, furono attratti dalla luce proveniente dal faro.
Incuranti delle intemperie scarpinarono colà, senza dir nulla ad alcuno.
Bussarono alla porticina quando incrociarono gli occhi selvaggi del troll. Eppure non cercarono di fuggire. Carmine, il maggiore, che era anche il più spavaldo, disse: “Io ho studiato management dʼimpresa e passato cinque anni a Milano.
Lasciate a me quel plebeo e lo sottometterò in un lampo”. Il troll fu più veloce e in un istante gli staccò il capo dal collo. I resti gocciolanti di sangue del fratello maggiore giacevano sul sentiero. Agnello, il secondo, il più sornione, ma altrettanto sicuro di se, disse: “A Milano lavorano troppo e si fondono il cervello.
Io ho studiato relazioni interanzionali e vissuto le notti romane. Deve ancora nascere il coatto che riesce a mettermi le mani in faccia”. Detto ciò il troll gli fu addosso e il suo corpo decapitato, grondante di sangue, giacque a fianco di quello del fratello. “Sii rapido come facisti con i miei fratelli”, disse Turi, il minore, che non era mai uscito dal feudo di L. per stare a fianco al padre e
sovrintendere alla coltivazione dei campi, “Se mi risparmierai ti porterò lontano da questa terra gelida e ti condurrò con me sullʼisola dove gli aranci sono in fiore e lʼaria profuma delle zagare”. Il troll, che aveva suscitato ribrezzo in tutti coloro che lo avevano finora incontrato, si stupì di quel ragazzo scuro e minuto che con lui parlava con tanta franchezza: lo avrebbe desiderato seco e per
giunta parlava con la cantilena che accomuna gli isolani! Il mostro non conosceva le lumie e mai aveva assaggiato i fichi dʼindia, ma si convinse che lʼisola del moretto non gli avrebbe offerto una peggiore sistemazione di quella di cui godeva a Mikines. “Essia ragazzo, ti seguirò! E se tuo padre è il signore di quelle terre saprò servirlo. Vieni con me e siedi su queste pelli di capra. Al mio fischio ci condurranno dove indicherai”. In un lampo le irte scogliere di Mikines scomparvero per lasciar posto agli scogli soleggiati del Mediterraneo.
Il vecchio barone corse incontro al figlio, emozionato quanto preoccupato per la sorte degli altri due. Quando Turi, questi il nome del giovane, gli raccontò come fosse andata e gli presentò Thor, questo il nome del troll, il Barone sospirò. “Era destino”, aggiunse e di più non si lamentò. Il gentiluomo aveva ben altri grattacapi. Il castello avito andava ristrutturo al più presto e di denaro ne era
rimasto ben poco.
Come promesso il troll si rese utile a coltivare i campi e spostare le pietre, stando ben attento a non incrociare gli ospiti e non far loro alcun male, ma il Barone non era mai contento. Vedeva prossima la propria fine e, con essa, quella del casato. Una sera, nella sala principale del maniero, quella un tempo adusa ad amministrar la giustizia e somministrar la decollazione ai saracini, lʼattempato aristocratico guardò Turi fisso negli occhi e, perentorio, gli consigliò di trovarsi moglie. „Il mio tempo è prossimo alla fine“, soggiunse il vecchio per sigillare cupamente il proprio volere. Turi ne fu dispiaciuto, perché aveva sempre ottenuto scarso successo con le fanciulle, ma gli occhi di Thor brillarono perché sapeva che il suo merito di fronte al padrone sarebbe accresciuto. Il troll, cui non erano sfuggite le usanze del mondo civile, disse a Turi di iscriversi a una gara sportiva, purché aperta ad ambo i sessi. Turi, che fino ad allora si era limitato a tuffarsi in mare per pescare i polipi da offrire agli ospiti, non ne fu entusiasta, ma, spronato dal cipiglio paterno, come se lui fosse divenuto il servo, obbedì.
Il ragazzo venne a sapere dal Giornale di Sicilia che a Catania si disputava una gara di atletica, aperta ad atleti maschi e femmine. Si iscrisse e si mise in cammino. Per lʼoccasione il Barone gli donò una camiciola della banda municipale sulla quale erano decorate le armi del casato. Turi si sentiva buffo, avrebbe preferito le tute di seconda mano lasciate dai fratelli, acquistate nei grandi magazzini di Roma e Milano, ma intimorito dal cipiglio paterno, ubbidì.
Giunto al torneo, il baronetto si cimentò nel salto in alto, nella corsa e nel salto in lungo. In ogni prova non ebbe difficoltà a ottenere la vittoria, giacché Thor si rendeva invisibile e lo aiutava nel cimento, sospingendolo per le braccia e per i piedi. Oltre alla medaglia, Turi ricevette lʼattenzione di una giovane e bella campionessa di nome Fatima, la pelle color dellʼambra gli occhi scuri come la
notte. Lei lo avvicinò, lo invitò fuori e, non senza lʼintervento della magia del troll, gli chiese di sposarla. Tornati ognuno alle proprie case, non passò una settimana che Fatima si recò in visita a Turi. Era però angustiata, perché Ahmed, il padre di lei, proprietario di un negozietto di frutta e verdura alla periferia di Roma, era maomettano e non voleva che la figlia impalmasse un infedele. Thor, commosso dalla tristezza del padrone, chiese di condurre Ahmed, con un inganno, sopra le pelli magiche. Lʼavrebbe portato seco su Mikines dove gli sarebbe stato facile staccargli la testa dal collo. Fatima, alla gioia di diventar baronessa, acconsentì. Così avvenne e, con le lacrime versate da padre e figlia, Fatima fu battezzata nel nome di Conversa. La domenica seguente Conversa sposò Turi e, velocizzate le pratiche per la morte presunta del padre, con il denaro ereditato fu possibile ristrutturare il vecchio cascinale della tenuta. Non solo la figlia del fruttivendolo divenne baronessa, ma poteva far vanto di esser comproprietaria di una dimora storica.
La tenuta continuava però ad abbisognare di un restauro e di soldi il Barone non ne aveva che per comprare il necessario a sopravvivere. Una sera, nella sala principale del maniero, nei secoli addietro teatro di abiure e decollamenti, il Barone consigliò a Turi di sbarazzarsi della moglie e trovarne una più ricca. Il ragazzo, che amava sinceramente Conversa, se ne spiacque, ma temeva il cipiglio del padre ed acconsentì. Trascinata con un inganno sulle pelli magiche, Thor portò con se Conversa fino al faro di Mikines e costei seguì la sorte di Ahmed, di Carmine e di Agnello. Turi consultò nuovamente Il Giornale di Sicilia, scoprì che a Messina si teneva una gara di nuoto, maschile e femminile, si iscrisse e, sempre indossando la camiciola della banda municipale, vi si avviò per gareggiare. Turi era un abile nuotatore, ma Thor, resosi invisibile, non gli fece mancare il proprio aiuto. Tirato per le braccia e per le gambe, Turi fu il più veloce, conquistò la vittoria e gli occhi di Libera, una bella concorrente dai boccoli rossi e dagli occhi verdi. Turi se ne innamorò allʼistante e altrettanto velocemente ottenne il suo cuore. Dopo una settimana Libera si presentò alla tenuta in Sicilia, non meno rattristata di quanto lo fosse Fatima prima della conversione. Gagarin, il padre di lei, tesoriere di una cooperativa di Empoli, non le avrebbe mai acconsentito di impalmare la figlia di un padrone, per di più di sangue nobile e con rito religioso. Turi non rifiutò lʼaiuto di Thor e Libera, allʼidea di diventar baronessa e padrona lei stessa, diede del proprio meglio per trascinare il padre nella trappola del troll. La testa di Gagarin ciondolò nel faro dellʼisola di Mikines, a fianco a quella di Conversa, Ahmed, Carmine e Agnello.
Anche Libera fu battezzata, col nome di Redenta. Con il denaro ereditato le fu possibile ristrutturare la vecchia torre, già adibita ad alloggio per gli ospiti, e diventar comproprietaria di una dimora storica.
Il Barone aveva però ancora bisogno di soldi, questa volta per la struttura principale, dove un tempo si ardevano gli eretici, decapitavano i saracini e si praticava la giustizia. Thor si sbarazzò di Redenta, il cui bel viso si trovò a fianco di quello di Gagarin, Conversa, Ahmed, Carmine e Agnello. Come ormai di consuetudine, Turi sfogliò Il Giornale di Sicilia e venne a sapere di una gara di
dressage che si teneva a Palermo, aperta a maschi e femmine. Il ragazzo si rassegnò a indossare per lʼennesima volta la divisa della banda municipale e, accompagnato dal fido Thor, si mise in cammino. La vittoria gli arrise per la terza volta e per la terza volta conquistò il cuore della concorrente più bella, Mariateresa, dai capelli biondi e dagli occhi azzurri. Dopo una settimana la ragazza si presentò alla tenuta del Barone, radiosa allʼidea di potersi maritare con un nobile siciliano. Non meno entusiasta del padre Italo, un facoltoso industriale di Monza che di più per la propria figlia non avrebbe potuto desiderare. Italo si offerse di partecipare a tutte le spese necessarie per trasformare la tenuta in un moderno resort e, se richiesto, avrebbe potuto provvedere anche al mobilio.
Italo, che come Ahmed e Gagarin era rimasto vedovo, si accompagnava però con una giovane fidanzata dellʼetà di Mariateresa. Il vecchio Barone, esperto delle cose del mondo, per evitar sorprese spiacevoli, ricorse nuovamente allʼintervento del troll. Italo, che condivideva i timori dellʼanziano gentiluomo, acconsentì alla dipartita dellʼamante. Thor la condusse con se al faro e le spezzò il collo. Il sole della Sicilia, il profumo delle zagare e degli aranci in fiore, tanti matrimoni e tanto odor di acqua santa gli avevano però reso lʼanimo del troll più sensibile e, alla vista di Redenta, Gagarin, Conversa, Ahmed, Carmine e Agnello, il mostro si commosse. Thor usò allora il sangue della fanciulla per produrre una colla con cui riaggiustare i corpi martoriati, ma non ancora decomposti. Poi vi sparse le proprie lacrime e questi ripresero vita.
Al ritorno fu un ben discutere. Dapprima il Barone abbracciò lieto i propri figli, ma si dovette anche ragionare sui matrimoni già celebrati e le eredità ormai consumate. Il Barone aveva però tre figlie, Assunta, Immacolata e Addolorata, che finora non abbiamo citato perché tale era la loro modestia che si aggiravano per la tenuta solo quando eran certe di non esser viste. Eppur eran belle come la Trinacria che aveva dato loro i natali. Gagarin e Ahmed non esitarono a prender la mano delle prime due, ed anzi si fecero battezzare loro stessi affinché le nozze fossero celebrate senza il cipiglio del barone. Gagarin divenne Sulpicio e Ahmed Seviziano, perché quelli erano i nomi dei santi del giorno. Le eredità dei due furon restituite con le doti di Assunta e Immacolata sotto forma di quote di proprietà del maniero. Italo, commosso dalla tristezza di Addolorata, lasciò senza rimpianti la giovane amante e, a sua volta, si risposò. A Thor, che aveva reso un encomiabile servigio, ma ormai aveva nostalgia della
terra natia, fu concesso di ritornare allʼisola di Mikines, portandosi dietro, come ricompensa, lʼappariscente ex fidanzata di Italo.
Tutti vissero felici e contenti fino al giorno predestinato e si dice che i discendenti di Turi, Carmine e Agnello dimorino ancora nella magione avita, circondata da moderne attrezzature turistiche di cui loro stessi sono i soci unici. Il nome della casa compare ogni anno sullʼelenco stilato da Forbes, tra le famiglie più facoltose del pianeta, ma per discrezione preferiamo rispettare illoro segreto.


L'Avvocato, il Medico e l'Informatico, in una vicenda di crimine, passione politica, pura estetica e avidità

By Matteo F. M. Sommaruga
Sono Matteo, laureato in ingegneria informatica, ho compiuto oggi i 41 anni e vivo a Francoforte. Quando torno in Italia adoro ripercorrere i luoghi in qualche modo collegati al passato e per questo motivo ho deciso di trascorrere il pomeriggio del mio genetliaco al Poldi Pezzoli. La dama del Pollaiolo piaceva tanto a mio papà, sosteneva fosse molto più bella della Gioconda, che per qualche motivo invece disprezzava. 

La ragazza dietro la cassa mi chiede il CAP, a fine statistico. Rispondo che abito in Germania. Un distinto signore sulla sessantina, anche lui in attesa del biglietto, commenta: "Quanti ragazzi sono costretti a fuggire all'estero". Che la colpa sia del governo giallo-verde è implicito, solo un analfabeta funzionale non lo comprenderebbe. La conferma mi viene data da una copia di Repubblica che spunta dal cappotto del mio nuovo amico. Mi stupisco che non indossi un eskimo, ma noto un paio di jeans Tramarossa, omen nomen, di quelli che nell'Assia pagherei trecento euro, e il mocassino scamosciato della Tod's. 

Vorrei rispondere che a causa del governo Monti sono finito oltralpe, in aggiunta ai maneggi di qualche ciellino poco onesto, ma voglio trarre vantaggio del mio rotacismo per lasciargli aggiungere qualche scempiaggine. Gli riassumo le triste vicende di uno sviluppatore software sottopagato che in pochi anni è diventato un consulente di punta alla BCE. 

L'amico è un avvocato, si stupisce che un programmatore possa nutrire degli interessi culturali, ma si affretta a parlarmi di un problema con il suo portatile, lo schermo che non funziona più tanto bene. La cosa lo tormenta al punto tale che mi propone una mancia se lo seguo in ufficio. Ho tutto il pomeriggio di fronte a me e mi avvio divertito. Probabilmente fatturo in un giorno il suo reddito settimanale, ma gli lascio credere che il rapporto di forze pecuniario sia a suo favore. Anni fa un individuo analogo, conosciuto al Goethe Institut di via San Paolo, mi aveva offerto un cappuccino sottolineando di essere il più ricco. Forse, all'epoca, aveva ragione. 

Lungo il percorso, fino a via della Cerva, dove si trova il suo studio, l'Avvocato mi racconta di essere anche un celebre critico. Contribuire regolarmente a due riviste di cui non ho mai sentito il nome. L'Avvocato non se ne stupisce e sogghigna all'idea che le mie uniche e rare letture debbano limitarsi a TGM. La goffaggine della sua spocchia, quasi da stereotipo, è tale da rendermelo simpatico. 

Ha un bell'ufficio, a pochi metri dall'ingresso di uno stabile dove anni prima aveva sede il Gruppo Giovani di Milano per La Scala. Ora siam diventati tutti vecchi, ma fino ai quarantacinque si può ancora raccogliere qualche agevolazione in base all'età. In Italia si è ormai economicamente autonomi a partire dai nove lustri. L'Avvocato, che non indossa un Rolex sopra il polsino destro della camicia, mi concede ulteriori delucidazioni sulla sua attività. La frequentazione di case d'aste e musei gli aveva fornito una clientela amante dell'arte, spesso col bisogno di un parere per esportazioni non autorizzate, eredità, restituzione di opere 
trafugate nel corso delle guerre, furti, ritrovamenti e contestazioni di qualsiasi genere in fase di compravendita. Lo schermo del laptop risulta evidentemente fuori uso a causa di una caduta, ma l'Avvocato non è contento fino a quando non gli trasferisco su un hard disk esterno tutte le immagini conservate sul pc. Degli archivi online si fida poco, gli stessi timori delle grandi banche ogni volta che si parla di cloud. 

Lo rendo felice con poco. Dal portafogli estrae una banconota di venti euro. Non mi meraviglierei se nel darmela in mano non aggiunga "Non spenderli tutti in figurine". La accetto, rimanendo al gioco e continuando a prenderlo in giro senza farmi capire. Dopotutto venti euro sono un paio di cocktail annacquati, di quelli che si prendono con una russacchiotta conosciuta su Internations. 

Faccio per prendere congedo, quando raccolgo da terra alcuni fogli stampati, la fotografia di due ritratti, non eccezionali, eseguiti sul finire del Seicento da un pittore lombardo in trasferta alla corte di un qualche dignitario dell'Europa centrale. "Erano per terra", ma non riesco a trattenermi dall'aggiungere quel che penso dei dipinti. "Non mi sembrano eccezionali, sono una di quelle croste che vendono all'asta nelle ville storiche?". 

Non mi stupisce che mi risponda "Cosa ne sai tu? Sei un programmatore, un operaio del computer". Una pausa poi riprende: "Sono preziose tele a olio di scuola fiamminga, appartenevano a una collezione privata, ma sono state trafugate". Lo guardo perplesso, faccio per prendere congedo e dirigermi all'uscita. Mi richiama. "Aspetta, vorresti accompagnarmi da un cliente, in realtà un amico? Così avrai occasione di visitare un piccolo museo privato". 

Ho ancora tempo e lo seguo, domandandomi quale eccezionale collezione si parerà ai miei occhi. Non immaginavo l'Avvocato tanto cordiale. 

Proseguiamo fino in Cairoli, "Mi raccomando discrezione. Visiteremo la casa di un amico, un medico chirurgo. Una persona di un'intelligenza, una cultura politica, una sensibilità civica ormai rara, in questi tempi. Un sincero democratico." Non capisco cosa centri la discrezione con tutto questo, a meno che il nostro amico non abbia imparato la democrazia da Adriano Sofri e nella borghese dimora non conservi un arsenale pronto per il giorno della rivoluzione. "È stato volontario in Africa e in Medio Oriente, premiato dall'ONU e da Amnesty International per l'impegno a fianco dei rifugiati e dei Palestinesi". Mi rassicuro, pensando che dopotutto anche i Palestinesi hanno bisogno di medici, non solo di missili a corto raggio destinati ai civili israeliani. "Ma è anche un collezionista?", rispondo io quasi sbottando, poco sensibile alle cause dell'umanità. "Certo, collezionista e pittore. Come pittore vale poco, infatti si dedica all'arte astratta. È riuscito però a racimolare un notevole archivio di tele dal manierismo al tardo romanticismo." "Durante i suoi viaggi all'estero?", "Certo, anche in Italia. Si è costruito un buon giro di affari. Molti sponsor della sua attività di volontariato sono a loro volta appassionati d'arte, lui si limita a sfruttare le buone occasioni." Un modo ingegnoso per procurarsi un network, del resto non molto distante da quello che mi sono creato in Germania con i club aristocratici tedeschi o i circoli degli amici dell'opera di Francoforte e di Baden Baden. 
Dopo tanto parlare e altrettante promesse di una reggia nascosta a due passi dalla Triennale, raggiungiamo finalmente un vecchio stabile in stile liberty. Il palazzo è sicuramente signorile, con un improbabile ascensore, proprio di molti edifici milanesi ammodernati con grande spirito di improvvisazione, che si apre sui pianerottoli a metà piano. Siccome il nostro amico abita nell'attico, non deludendo le mie aspettative, ci fermiamo tra il quinto e il sesto piano, percorrendo cinque gradini fino all'ingresso. Ci apre il figlio del medico, un adolescente che almeno dalla capigliatura deve essere un fan di Caparezza. O di qualche rapper delle ultime generazioni. Saluta con fare timido e indica la strada verso lo studio del padre con la stessa educazione di un filippino ben istruito. Nel corridoio ci saluta non a caso una piccola signora orientale. "È con la nostra famiglia da prima che nascessi", accenna il quindicenne, senza neppure accorgersi dell'insito snobismo della sua noncuranza. 

Osservo ogni dettaglio dell'arredamento, la posizione delle porte e delle finestre, cerco eventuali smorfie nella colf e nell'aspirante rapper. L'Avvocato mi ha spiegato che il danno economico non è rilevante, perché il Medico è assicurato. A detta del leguleio il suo amico e cliente è tanto onesto che il premio dell'assicurazione potrà solo in parte coprire il valore delle croste. "L'assicurazione ha mandato un perito che si è probabilmente laureato con Sgarbi". "O nel '68 con Capanna", avrei voluto commentare, ma me ne sono stato zitto per lo stesso principio che spingeva mio padre, per almeno tutti gli anni Ottanta, a nascondere Il Giornale nel timore di una sprangata proletaria. Dubito che l'Avvocato mi avrebbe preso a colpi di Azeth 36, ma il personaggio mi era sinceramente simpatico e non volevo rovinare il pomeriggio con un'inutile discussione sul diciotto politico. 

L'Avvocato mi presenta benevolmente, come un genietto del computer, che lo ha aiutato a risolvere un problema con il laptop. "Ah, un badante del pc!", sorride il Medico, "Ti intendi di arte? Guarda che qua ho dei pezzi rarissimi. Non ho abbastanza spazio sulle pareti, ecco il mio archivio". Effettivamente dispone di uno studio ben organizzato. "Dipinge anche?", chiedo per rompere il ghiaccio. I sessantottardi condividono il vizio di dare facilmente del tu, purché la cosa non sia reciproca. "Una passione di gioventù. Qualche anno fa ho seguito i corsi serale della Famiglia Artistica Milanese, ma immagino tu sappia ben poco di queste cose". Mio padre ne era il vice-presidente. Sorrido, per il Medico è un'ammissione di colpa. Piuttosto mi viene il dubbio che non abbia nascosto la tela da qualche parte, o non ci abbia dipinto sopra. "Usa sempre tele nuove?". L'Avvocato mi guarda di traverso, "Dovresti lavorare per l'assicurazione. Anche quei cani, alla prima notifica del furto, hanno chiesto ai carabinieri di appurare che le tele non fossero state nascoste in casa.", ma tra le tende dipinte dal Medico nessuna era compatibile per dimensioni ai ritratti scomparsi. 

"Cosa ne pensi?", mi chiede l'Avvocato una volta di nuovo all'aria aperta. La domanda mi stupisce e mi colpisce, "Ti interessa la mia opinione?", rispondo osando un tutoyer che potrebbe risultargli indigesto quanto una maglietta della Lega. L'Avvocato non si scompone, "Certo, sono curioso di sapere a che conclusioni possa giungere una persona piena di pregiudizi come te. Non sottovalutarmi, ho cercato il tuo nome su Facebook mentre mi aiutavi con il pc e ho visto che sei un salviniano". "Di pregiudizi puoi averne di più tu, o le tue amiche del circolo del bridge. 
Vuoi che ti risponda che il colpevole sia la filippina, perché straniera?". "Risposta scontata", commenta l'Avvocato. Avrei dovuto rispondergli "Battuta regolare", ma mi sarei impegolato su un panegirico del cinepanettone e dell'uomo, anzi omuncolo, medio di destra. "No, non penso sia stata la cameriera. Degli amici possono però averla spinta a tradire quello che per vent'anni è stato un buon padrone". "Non è una schiava", mi rimprovera. "Spero non la paghi in nero e non bari sui contributi", questa volta non posso evitare di controbattere. "Ti seguo, il tuo ragionamento funziona. Il Medico non ha pagato la donna regolarmente e, dopo tanti anni di soprusi, questa si vendica. Possibile, ma conosco Claudio dalle elementari, è sempre stato corretto. Non ha mai mancato una formalità. Un ottimo ragazzo, sempre benvoluto dagli insegnanti". Anche di questo non ne dubito, avranno letto ad alta voce i suoi temi sull'amore, la pace e i partigiani affinché fossero da esempio a tutti i compagni, quelli di scuola. "Anche il ragazzo penso sia pulito", decido che non posso stare al gioco dell'Avvocato e devo distrarlo con nuovi argomenti. "O il figlio del Medico si fa le canne e per pagare apre la porta ai pusher?". "È meglio che ci separiamo. Grazie per l'aiuto di questo pomeriggio. Se ci sono novità, ti farò sapere". Saluto anche io, devo prendere il treno delle 18:31 se voglio essere a casa per cena. Abito in Brianza, non nella Milano di Beppe Sala. Ho aggiunto l'Avvocato alle mie amicizie di Facebook, forse non si farà più sentire, ma sono curioso di vedere come volgerà al termine il misterioso delitto. Posto che si tratti di un delitto e non di una furbizia del Medico. Se dovessi cercare il colpevole all'interno dell'ambiente familiare, come di solito procedono Polizia e Carabinieri quando non hanno altre idee, sospetterei del Medico. 

Non finisco di cogitare sul caso misterioso per tutto il viaggio di ritorno. Grazie a quella strana coppia di radicalchic ho trascorso un pomeriggio singolare ed anche piacevole. Del talento artistico del Medico nutro qualche dubbio, immagino che l'Avvocato sia più abile e sarà capace di controbattere all'assicurazione. Il premio è piuttosto sostanzioso, cinquantamila euro in totale, per due pezzi che ne valevano un decimo. 

La sera, a casa, passo in rassegna la pinacoteca che mi ha lasciato mio padre, cui hanno contribuito anche il nonno e soprattutto il bisnonno, il maggiore collezionista e mercante d'arte della Parigi fin de siécle. Un solo elemento della mia raccolta avrebbe potuto spezzare tutte le certezze dell'Avvocato. Toulouse-Lautrec, Rembrandt, Blomaert; mi soffermo su un olio di Grosz, La Strada, dall'Ecce Homo di Nietzsche. Una serie di litografie sullo stesso soggetto sono conservate anche al Centre Pompidou. La strada è popolata da ladri, assassini, la luce di una lanterna pubblica, resa inefficiente dalle sassate degli studenti, illumina quella scena apocalittica. 

Continuo a pensare che il Medico sia il colpevole, il Ragazzino non è un ingenuo, ma non mi sembra abbastanza scaltro. Per il momento. Un furto su commissione non è improbabile, ma dalle fotografie sono convinto che i ritratti siano delle croste. Per rafforzare la mia idea passo in rassegna una testa di santo, dello stesso periodo, che mio padre aveva restaurato da giovane. Quanto rimasto di una pala d'altare di una vecchia chiesa nella bergamasca. Osservo le rughe sul viso, lo sguardo, i dettagli più difficili per un falsario. Escludo però che il Medico sia un falsario, avrebbe dato vita a qualcosa di più originale di quelle che non riesco a definire se non 
come croste. Guardo negli occhi il santone. Potrei attribuirgli un miracolo perché ci sono arrivato. Confronto le foto della casa scattate con l'iPhone nella casa del Medico, mentre gli astanti erano distratti, e la foto dei dipinti che, altrettanto furtivamente, mi sono scaricato sulla chiavetta dal PC dell'Avvocato. 

Dove erano appesi i dipinti, non si osserva neppure una macchia, il muro è intonso. Basta lasciare una cornice appesa alla parete per poco tempo e, una volta rimossa, si nota la differenza. Deve esserci un trucco, un sotterfugio ideato dal Medico. Molto probabilmente neppure l'Avvocato ne è a conoscenza. Machiavelli sosteneva che i complotti prima o poi vengono scoperti perché uno dei complici si rivela l'anello debole della catena. Il mio nuovo amico, o conoscente, lo sa bene. I sinistri sono machiavellici dalla nascita, imparano l'arte alla scuola dei collettivi studenteschi e la raffinano a quella di Repubblica. Ingrandisco le immagini, le metto a confronto. Mi concentro sui punti dove le tele avrebbero toccato la parete. Cerco l'indicazione di un qualsiasi rilievo, ipotizzo che il Medico abbia applicato anche la propria esperienza professionale incassando le tele nel cartongesso. Quei due possono essere il mio passaporto per il rientro in l'Italia. Il documento è a portata di mano, anzi, mi sento stupido, ma mi rendo conto che è in formato digitale. E che tutta l'allegra famiglia è colpevole. Anche la Filippina e forse l'Assicuratore. La fotografia dei dipinti, lungo il contorno della tela, è priva di ombre. Il Medico ha realizzato uno splendido falso, la fotografia delle tele, che probabilmente non sono mai entrate neppure in suo possesso. Deve aver acquisito le immagini da qualche catalogo digitale, con Photoshop le ha incastonate tra le pareti di casa. Lascio al Ragazzino e alla Filippina il beneficio dell'analfabestismo funzionale, di non aver bene inteso cosa mancasse per la casa. Dubito che l'Assicuratore abbia firmato una polizza senza un sopralluogo, almeno una visita di cortesia per ringraziarsi il cliente. Di certo l'Avvocato, che è mai stato sindaco di Villar Perosa, ha recitato la sua parte. 

Preferisco evitare l'onore di ricevere i due in casa per il tè, potrebbero coltivare strane idee su come arricchirsi alle spese della mia collezione. Oltretutto sarebbe per loro uno sforzo eccessivo lasciare la Milano democratica di Pisapia per la Brianza fascista, forse anche mafiosa, di Berlusconi. Cerco sulle Pagine Bianche il numero dell'Avvocato, il quale mi risponde con una certa sorpresa. Gli propongo un appuntamento, dicendogli che ho un'idea di come recuperare i dipinti, ma che richiede la massima riservatezza. Quello tergiversa, mi dà un appuntamento per l'indomani nel pomeriggio. Chiedo se possa venire anche il Medico, ma la risposta è un "Eh, adesso". 

Il luogo dell'incontro è il Sant'Ambroeus, perché ci andavo con mio papà da piccolo e perché il mio trend setter è Mario Monti. Venuto a mancare Maurizio Mosca, io e lui siamo probabilmente gli ultimi clienti rimasti di Ravizza, che per arrotondare ha iniziato a vendere panini e brioche. 

Quando l'Avvocato mi vede ha un aspetto seccato. Non capisco se per la mia vista o per il volto sorridente del Capitano sulla prima pagina di Libero, che un signore seduto vicino a noi sta leggendo avidamente. "Ciao Avvocato", lo saluto con l'espressione di Massimo Boldi in Yuppies 2. "Buongiorno", mi risponde. Che sia diventato improvvisamente educato e abbia deciso che 
agli estranei si dia del lei? "Come stai?" "Bene e tu?" "Bene, grazie" "Dunque, cosa volevi dirmi?". Sento che è arrivato il momento delicato. Da come giocherò le mie carte, saprò se riuscirò a convincere Medico e Avvocato a unirsi in una startup, il mio gommone per l'Italia. "Che vorrei parlarti di affari. Da tempo vorrei creare una startup e vorrei coinvolgere te e il tuo amico". "Non ti sembra di correre un po' troppo? Cosa ti dice che acceteremmo? E non mi avevi chiamato per parlarmi delle tele?". Voglio tagliare corto, vorrei anche evitare che il tizio che legge Libero inizi a interessarsi alla nostra conversazione. Estraggo l'iPad dallo zaino e gli pongo di fronte agli occhi l'immagine della sala piena e della sala vuota. Poi l'ingrandimento e un paio di linee tracciate con lo screenwriter della Montblanc, quel tanto perché capisca che il mio gioco è chiaro. 

"Come l'hai scoperto? E ora cosa vuoi fare, ricattarci? Vuoi metterti contro qualcuno più forte di te?". Questa frase l'ho già sentita una volta, pronunciata da un amico, e socio in affari, che poco gradiva la mia idea di metter fine alla società. Gli risposi con un sorrisino sprezzantino, "Non hai ancora sentito la mia idea della startup. Se ai furti e ai falsi di opere d'arte ci dedicassimo seriamente? Con l'ausilio del digitale e l'aiuto del tuo amico, cui penso, senza offesa, non manchi l'immaginazione criminale. Oltre che la clientela. Voglio tornare in Italia, non ho alcuna intenzione di impossessarmi di quel che non mi appartiene. Non sono un sinistro, io." Trasalì, ma sembrò tranquillizzato. "Ci devo pensare. Sei stato bravo, ti avevo sottovalutato". "Lo fanno in tanti, ai veri signori non piace apparire per più di quel che sono. Questa è la mia email", gli passo il biglietto da visita, un bel cartoncino ocra con al centro il mio blasone, stampato da Pettinaroli. "Gerecht und Treu", dice il motto di famiglia. L'Avvocato e il Medico potranno contare sulla mia lealtà e senso di giustizia. Del loro io invece non mi fido. 

Mary

By Carlo Silvio Manso
Seduto sul divano accavallo le gambe. Mi piacciono questi jeans. Aspiro il fumo della mia sigaretta, avidamente. Quando la spegnerò saprò di aver accorciato volontariamente la mia vita di cinque minuti. Rido. Beh, 'fanculo, vista la situazione li avrei sprecati comunque.
Mi chino in avanti, recupero due cubetti di ghiaccio dal contenitore argentato e li deposito con noncuranza nel bicchiere dal fondo pensante, decorato sulla superficie esterna con una serie di piccole piramidi, le cui estremità pungono piacevolmente il palmo della mano e le dita. Prendo la bottiglia di scotcht e riempio metà bicchiere. Splendidi riflessi ambrati in onde d'oro. Bevo.
Mia madre diceva sempre che gli uomini veri devono scotch.
Abbasso lo sguardo, vedo corpi esanimi sul pavimento.
Tutta questa fatica per niente.
Sul soffitto di questa stanza, zeppa di cadaveri sforacchiati e fumo di sigarette bionde, rotea tristemente e malinconicamente una vecchia ventola cigolante.
Strana e complice una luce rossa invade l'ambiente rendendo al contempo la scena tanto surreale quanto patetica.
Spengo la sigaretta – addio ai cinque minuti - ed espiro il fumo dal naso girandomi ad osservare indifferente il timer luminoso ed intermittente piazzato nell'angolo.
E pensare che quest'aggeggio che sembra così tecnologicamente inoffensivo mi farà saltare il culo in meno di cinque minuti e mezzo…per la precisione cinque minuti e 28 secondi, ventisette, ventisei, venticinque, ventiquattro… ma certo non vorrete che passi tutto il tempo che rimane a fare un fottuto conto alla rovescia, vero? Bene, allora la smetto.
Mi alzo e vedo tutte quelle macchine parcheggiate in giardino. I rispettivi proprietari hanno avuto un leggero attacco di morte sopraggiunto improvvisamente nel mio soggiorno. Le macchine sono tutte nere. Se solo sopravvivessi potrei farmi un bel parco macchine.
Mi avvicino alla pianta di ficus benjamin di mia moglie - che ora giace morta in cucina - e ci piscio dentro fischiettando.
Curioso come l'argilla galleggi irregolare in mezzo alla mia urina mischiata alla nera terra e a qualche grigia radice morta.
Mi avvicino alla bomba, non prima di aver tirato uno o due calci svogliati a questi corpi inanimati e sanguinolenti che fanno ormai da macabra moquette sbrindellata sul freddo pavimento. Il rumore dei miei passi sul tappeto intriso di sangue è disgustoso…non si ha idea di quanto sangue contenga un corpo umano finchè non se ne vede uno divelto, o finchè non se ne fa a pezzi uno. Fidatevi di me: è tanto.
Osservo il detonatore: è collegato ad un timer - che segna oramai quattro minuti e mezzo - e all'impianto antifurto della casa. Non posso disattivarlo, il codice è stato modificato. Questo vuol dire che se proverò ad uscire prima dello scadere del tempo esploderò, mentre se tento di scappare da una qualsiasi uscita della casa, esploderò comunque.
Ottimo.
Uno di questi due cadaveri – quello in completo nero e camicia bianca, o meglio, quello che rimane di un completo e di una camicia – ha innescato l'ordigno. Il bastardo.
A dire la verità ce l'ha anche piazzato.
Ma tutto questo, ovviamente, quando ancora era in vita.
Non so disinnescare bombe.
So cucinare, ma non disinnescare bombe.
Mi sa che non mi resta che aspettare quieto la fine del mondo.
Si, perché sono certo che quando morirò anche il mondo scomparirà con me.
O, quantomeno, il mio mondo.
Perfetto.
Che ironia per i cadaveri presenti nella casa: prima uccisi a colpi d'arma da fuoco, poi, corpi morti, fatti esplodere. La scenetta potrebbe quasi farmi ridere, se non mi trovassi anch'io nella stessa casa.
Questa situazione almeno mi lascia la possibilità di non dover perder tempo a cercare di trovare una soluzione. Non ce n'è.
I miei soci e mia moglie giacciono senza vita per terra.
Quella bomba era per tutti noi.
Tutta quella fatica per niente.
Alt. Stop. Rewind. Torna indietro a due giorni fa, quando ci preparavamo a fottere Jack.
Nessuno di noi aveva mai sparato. Soltanto uno di noi aveva toccato un arma prima: io. Nessuno di noi aveva mai assaltato una macchina in movimento a volto coperto e mano armata sparando prima alle gomme per farla fermare, poi minacciando di morte i bersagli per farsi consegnare il bottino, poi scappando a rotta di collo in macchina inseguiti da svariati soggetti poco raccomandabili e decisiamente poco amichevoli. Ma questo era il piano.
Un piano assurdo, è vero.
Un bottino. Un assalto. Quattro uomini.
Anzi, tre uomini e una donna.
Nessuno aveva mai osato fottere Jack. Noi eravamo i primi.
Me lo ripetei durante tutto il tempo che impiegammo per vestirci e armarci, ringraziando Mary per la situazione di merda in cui mi aveva messo.
Fermi. Stop. Indietro. Indietro a molto tempo fa, quando, seduti in un prato in collina, guardavamo la città lontana, eppure così vicina, quasi accoccolata ai nostri piedi, che rappresentava tutti i nostri grigi problemi, e Mary mi chiedeva di legarle i lunghi capelli d'oro che tanto amavo in una treccia.
Alt. Stop. Rewind. Vai ancora più indietro, a quando mia moglie Mary torna a casa dicendomi: "Caro, lo teniamo per le palle".
Giuro che non capii. E d'altronde come potevo? Quale marito si aspetta di essere tradito? Giuro che non ci credetti nemmeno quando la troia mi spiegò il suo piano, certo non prima di avermi detto che lo aveva formulato dopo aver carpito segretamente informazioni riservate al suo amante, che si era rivelato essere un narcotrafficante. E probabilmente, aggiunse lei maliziona, uno di quelli grossi.
Non vi era sorpresa nel suo sguardo. Fissava una bianca luce colpirla da dietro una serranda, districando e componendo, nella sua mente, un improbabile piano criminale.
Stop. Rewind. Vai indietro veloce per molto tempo, fino a quando io e Mary eravamo innamorati. Fino a quando lei mi diceva " ti amo ". Fino a quando anch'io le dicevo " ti amo ". Fino a quando, felici, ci mentivamo l'un l'altro speranzosi. Fino a quando ci si stringeva la mano e ci si baciava, sicuri dell'esistenza di un sentimento di cui mai avremmo saputo dare una definizione.
Grazie a dio non abbiamo avuto figli.
Stop. Avanti veloce fino a poche ore fa, esattamente fino al punto in cui uno sconosciuto, a mia insaputa, entra in casa mia scassinando la serratura della porta sul retro e piazza un pugno di plastico in un angolo del mio salotto, collegando il detonatore a un timer e all' impianto antifurto. Mani esperte montano rapide un ordigno di morte.
Avanti veloce. Ancora. Ok, va bene qui.
"…Lo scambio si effettuerà alle dieci di mercoledì sera nel parcheggio dello stadio. Non si aspettano nessun tipo di intrusione esterna " mi disse, mentre incredulo la ascoltavo attento. " ha parlato di uno: immagino sia un chilo…Sai quanti soldi ci possiamo fare? Beh, certo ci servirà una mano, diciamo altri due uomini. Si, credo che due uomini possano andare."
La sua mente formulava velocemente un piano per derubare il suo malavitoso amante, e viscida la sua lingua altrettanto velocemente la esponeva ad un io sbigottito.
Non mi vedeva neppure.
Forse perchè ero impallidito fino ad assumere le stesse tinte di muri e tende.
Non si rendeva nemmeno conto dell'assurdità del piano e soprattutto della situazione nella quale mi, anzi, ci stava gettando.
Non si aspettava nessuna mia reazione: non alla sfacciata dichiarazione del suo squallido tradimento, non alla sua perentoria decisione di coinvolgermi forzatamente nell'operazione. Ero un nulla. Lei, accecata dal denaro. Ladra. Nemmeno mi vedeva.
"… e poi possiamo recuperare delle armi da mio padre; andava a caccia…ha un paio di fucili e delle pistole che, dice, usa per difesa personale…credo non abbia nemmeno mai sparato a un bersaglio…che sega, quel vecchio".
Incredibile.
Davanti alla totale e impressionante assurdità della situazione, mi trovai talmente disarmato che non potei far altro che accettare. Tra me e me ovviamente, perche Mary non chiese mai una mia qualche approvazione. Nemmeno la più tacita.
Alt. Stop. Fast forward. Vai avanti, a quando mia moglie Mary ed io ci ritroviamo - come in un sogno o in un film giallo di quart'ordine – in compagnia di altri due uomini di cui non conosco il nome, all'interno della macchina di uno dei due sconosciuti. "sono uomini fidati" - mi ha detto perentoria mia moglie - "il fatto che tu non conosca la loro identità eviterà solo coinvolgimenti ulteriori." Un gran manager, mia moglie.
Evitai di chiedermi cosa intendesse Mary con l'espressione "uomini fidati"…soprattutto dopo le recenti improbabili scoperte: mia moglie amante di un narcotrafficante, mia moglie con un fucile in pugno, mia moglie che partorisce violenti e azzardati piani criminali ad alto rischio.
'Fanculo.
Ero impressionato da come la sua identità si trovasse così a suo agio nelle vesti di questo nuovo personaggio.
Diomio, non la conoscevo per niente.
Mi stavo forse innamorando di nuovo della mia Mary?
Stop.avanti piano fino a quando non ci appostiamo a fari spenti sotto un salice i cui rami coprono interamente la macchina. Attendiamo in silenzio
Stop. Indietro veloce fino a quando, in cucina, mia moglie mi disse: "…Tanto cosa vuoi che ci facciano? Che ci denuncino per furto di droga? Non possono farlo…non ci troveranno mai…Uno degli uomini che ho coinvolto si occuperà anche della vendita. I soldi ci saranno due giorni dopo, quando ci ritroveremo tutti nel tuo appartamento per la divisione."
Dopodichè come per scherzo si fece per un attimo seria .
"Poi io te ci divideremo, non ti vorrò mai più vedere."
Non solo per nostra reciproca tutela e sicurezza, disse, ma anche perché la nostra storia era morta, priva di qualunque senso.
Mi chiese se non lo avessi per caso già capito da me.
"Lo sai, vero?"
Veloce. Veloce. Avanti veloce fino ad adesso. Sdraiato sul pavimento osservo il fumo della mia sigaretta lento salire al soffitto in spirali concentriche e sfumate d'azzurro. Il display del timer digitale proietta una luce intermittente, che ogni tre secondi colora di verde il mio corpo e i miei pensieri.
Manca poco.
Penso a tutta la fatica che ho fatto, e ai due senza nome che supini giacciono cadaveri al mio fianco. Sento tiepido il viscido rosso umidore del sangue sulla mia schiena lievemente inarcata.
Penso che ora che sto per morire non ho proprio nulla a cui pensare.
Peccato.
Stop. Ok. Ok . Adesso indietro veloce fino a quando non credo ai miei occhi, stiamo davvero uscendo dalla macchina con le armi in pugno, davvero mi ritrovo ad urlare di alzare le mani figli di puttana, vi faccio saltare quella testa di cazzo… non è uno scherzo merde, dammi la valigia, bravo, tu fermo, bravo, passamela anche tu, non fate scherzi o qui qualcuno si farà del male…perfetto cosi, salite in macchina…e…
Una detonazione potente, esplosa vicino al mio orecchio destro mi tramortisce e assorda totalmente; immagino per un attimo l'espressione da coglione che mi si sta dipingendo in volto, ma riesco comunque a distinguere chiramente la macellazione del viso di uno dei malviventi.
Il suono prodotto dallo spiattellamento caotico dei suoi marcati lineamenti, ora poltiglia rosata e schiumosa, mi ricorda il rumore che farebbero una manciata di biscotti brombi di latte lanciati contro il muro.
Muore sul colpo con un proiettile in testa e una macellata faccia da idiota.
Nessuna poesia nella morte.
Il proiettile proviene dal fucile di mia moglie.
Stop. Indietro veloce per molto tempo, fino a quando io e Mary, allora ragazzi, facemmo l'amore per la prima volta. Splendida ragazza sorridente dai lunghi capelli ramati e dal sorriso conturbante.
Stop. Avanti veloce fino ad adesso. Pausa. Mia moglie morta sul pavimento della cucina, uccisa con quattro colpi al petto, i lunghi capelli ramati ora sfumati da rosse striature e schizzi vermigli, un sorriso orrendamente e rabbiosamente sfregiato dipintio su un caro e conosciuto volto di cadavere.
Ora indietro veloce, fino a quando non scappiamo in fretta e furia per la città, diretti ad un parcheggio sicuro.
I pneumatici stridono.
Odore di gomma bruciata e di frizione consumata.
Zoom su di me nella macchina che urlo come hai fatto, non è possibile, sei pazza. Zoom su Mary che mi guarda con disprezzo e totale noncuranza, fumando una delle mie sigarette.
La cenere cade sul sedile mentre io mi rassegno al silenzio.
L'asfalto indifferente scorre sotto la macchina mentre malefici pensieri di vendetta freddi scorrono nella mia mente eccitata.
I due senza nome, seduti alle nostre spalle, sogghignano.
Ora avanti veloce, fino al preciso istante in cui mi rendo conto della trappola. Fino al preciso istante in cui capisco che uno dei due senza nome altri non è che uno scagnozzo mandato da Jack. Un suo apostolo-killer in completo nero e camicia bianca.
Nessuno aveva mai provato a fottere Jack. Noi si, mia moglie si.
Jack aveva capito fin dal principio che Mary, la sua amante da due soldi, quella stupida scrofetta doveva aver avuto a che fare con l'assalto: era l'unica che ne aveva saputo qualcosa. E poi la presenza di una donna in un commando che assalta un carico di droga non è un fatto usuale, e questo aveva colpito e insospettito terribilmente Jack. Da li la decisione di piazzare ricettatori di grosse quantità di droga ovunque, in maniera che non ci potessimo non imbattere in uno di loro. Avrebbe ricomprato la droga che gli avevamo rubato. Non era un problema. I soldi se li sarebbe ripresi.
Nessuno aveva mai fottuto Jack. O comunque nessuno era mai rimasto vivo abbastanza per raccontarlo.
Che stupidi bastardi.
Averlo saputo prima.
Tutta quella fatica per niente.
Adesso indietro. Indietro. Stop. Ancora un po'. Indietro ancora. Esatto. Adesso. Proprio al momento in cui apriamo la valigetta. Zoom sulle nostre bocche aperte. Zoom sul rivolo di sudore freddo che maligno scorre infido sulla mia fronte.
Siamo, Mary ed io, in questo ritaglio di un pomeriggio qualsiasi in cui si è appena assaltato un corriere della droga, il ritratto della sorpresa.
Che maledetto idiota sono stato.
Perché mi sono fidato?
La valigetta contiene 10 chili di cocaina purissima.
Lo so perché l'ho pesata sulla bilancia della cucina. Lo so perché l'ho assaggiata. L'ho assaggiata perché sono sconvolto. Sono sconvolto per colpa di Mary. Sono sconvolto per la situazione in cui ci siamo cacciati. Ora, oltre che sconvolto, inizio ad essere anche parecchio alterato. Ne consumo una quantità spaventosa, confezionandola in larghe striscie, che poi aspiro avido con l'ausilio di una lercia banconota arrotolata.
Battito cardiaco accelerato pupilla dilatata distorsione dello spazio tempo sovraccarico energetico ansia.
Mia moglie – stupida cagna – esulta.
Indietro. Parecchio indietro. Fino a quando mia moglie, per svegliarmi, baciava le mie palpebre tiepide e chiuse, ancora intrappolare dalla bianca ragnatela del sonno.
La amavo.
Ci amavamo.
Alt. Stop. Fast forward. Avanti veloce fino a quando tutti i partecipanti all'assalto si ritrovano in casa mia per la divisione del denaro. In questo istante la cocaina rubata è già nelle mani di Jack. Era lui il ricettatore. Ha dato l'ordine di ucciderci. Tutti. Lo stronzo scagnozzo ha già estratto la pistola. Ci zittisce, ci fa sedere sul divano. Silenzio.
Fermo. E ora indietro, fino all' istante in cui aperta la valigetta, e sentita mia moglie esultare, decido di fottere tutti.
Esatto.
Dieci chili.
Ucciderò tutti e terrò tutto.
Ci sono abbastanza soldi per scappare e farsi una nuova vita.
Una carneficina.
Esatto.
Un massacro.
Esatto. Mary merita di morire, quella schifosa puttana fedifraga.
Io merito di diventare ricco.
Gli altri due, beh, chi se ne fotte, nemmeno li conosco.
Peccato non sapessi della bomba.
Paccato, tutta quella fatica per niente.
E adesso andiamo avanti. Fast forward. Ancora un po'. Perfetto. Vai a quando - dopo aver fatto fuori tutta questa gente - mi accorgo che sono comunque fottuto.
Irrimediabilmente fottuto.
Ho sprecato una decina di proiettili per niente.
L'angelo della morte in completo nero e camicia bianca aveva appena preso la valigetta e inserito l'allarme, quando ho visto il verde lampeggiare ed ho capito.
Ho imbrattato di sangue il mio appartamento per niente.
Tutta questa fatica per niente.
Nessuno ha mai fottuto Jack.
Nell'angolo della stanza attende la bomba. I suoi verdi occhi di timer lampeggiano scandendo i miei ultimi minuti. I miei ultimi secondi.
Se avessi saputo avrei potuto almeno evitare di far fuori tre persone poco prima di render l'anima.
Il Capo non sarà tanto contento. A Lui non sta mai bene niente, comunque.
Beh, amen.
Il timer segna ventidue secondi alla fine del mondo.
Seduto sulla poltrona rovescio la testa, dopo aver bevuto l'ultimo goccio di scotch nel bicchiere decorato a piccole piramidi che pungono piacevolmente.
Immagini di Mary ed io avvinghiati nell'atto amoroso mi tornano alla mente. Ricordi di quando facevamo l'amore sul pavimento del salotto e io, sdraiato, vedevo la vecchia ventola cigolante sul soffitto creare, con il suo incessante movimento rotatorio, una strana aureola immateriale e sfumata intorno al dorato capo di Mary.
Allora però non c'era questa strana luce rossa.
Apro gli occhi e vedo la stessa vecchia ventola, l'usuale e perpetuo movimento circolare, sento il caro cigolio. Ora però mia moglie giace cadavere in cucina.
Lampi verdi scandiscono l'inevitabile avvicinarsi della fine.
Mary, la mia splendida ragazza sorridente dai lunghi capelli ramati e dal sorriso conturbante.
Mary, lunghi ramati capelli sfumati da rosse striature e schizzi vermigli, un sorriso orrendamente e rabbiosamente sfregiato dipinti su un caro e conosciuto volto di cadavere.
Tre.
Mary.
Due.
Mary.
Uno.
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