Dal 2006 invoco la creazione di una Nato globale per consolidare la sicurezza delle democrazie dell’Atlantico e del Pacifico, integrandola (libro La grande alleanza, 2006, Angeli, ed in Inglese nel 2007). Con precursori nel 2022, ora è in via di conferma la partecipazione di Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda al Summit Nato di Ankara nel prossimo luglio. Come osservatori? Probabilmente qualcosa di più. Pertanto ritengo utile avviare una riflessione sulla futura alleanza globale delle democrazie sia contrapposta al blocco sinocentrico delle nazioni autoritarie sia in grado di avere una capacità ordinativa nei confronti delle molteplici e crescenti fonti di disordine mondiale. Per l’Italia il tema è di massima priorità: è un piccolo potere geopolitico, ma una grande potenza economica dipendente dall’export, la quarta al mondo. Per aumentare l’export stesso (obiettivo fissato dal governo nel breve/medio termine a 700 miliardi anno a partire dai circa 630/35 correnti) ha bisogno che l’area dove poter fare operazioni commerciali in sicurezza (e quindi assicurabili) sia sempre più ampia e presidiata. L’opzione di strategia mercantilistica, cioè geopoliticamente neutrale, non è praticabile, se non in misura minima, da Roma. Semplificando, l’Italia non può essere la Svizzera. Pertanto ha bisogno di moltiplicatori di forza via alleanze “schierate”. Finora tali moltiplicatori li ha trovati con un metodo di duplice alleanza con Ue e Stati Uniti, ma ora serve un moltiplicatore/ombrello più grande per sicurezza ed espansione economica. L’America, pur superpotenza, è ormai piccola per sostenere da sola il ruolo di poliziotto e locomotiva del pianeta. C’è consapevolezza a Washington del problema, ma questa sta producendo confusione strategica: americanismo ritirista, rilancio aggressivo (ed economicamente rivendicativo), dominio a riccio delle Americhe, rischieramento delle forze militari dall’Europa al Pacifico per contenere la Cina, ma aumento della capacità di interventi militari in Africa (per esempio Nigeria) e Medio oriente. In sintesi, un pasticcio cha sta provocando un gap di deterrenza nei confronti della Cina autoritaria. Infatti Pechino sta cogliendo l’opportunità del vuoto geopolitico lasciato dell’America per generare una profezia che la vede primo potere globale nel pianeta. Con una conseguenza non ancora ben percepita: la cessione degli standard globali dal dominio delle democrazie a quello dei regimi autoritari. Quindi le democrazie sono chiamate ad integrarsi sul piano globale per avere la forza utile sia a condizionare i regimi autoritari sia dare stabilità al ciclo economico del capitalismo democratico. Inoltre, è interesse degli europei far coincidere un’architettura della sicurezza più ampia con l’estensione dei trattati doganali a dazi minimizzati e commercio equo che l’Ue ha siglato e sta siglando nel Pacifico (per esempio Giappone ed India, negoziato con l’Australia, ecc) e nell’Atlantico (Canada, Messico, Mercosur, ecc.). E’ interesse dell’America poter contare sull’effetto scala e moltiplicatore di forza di un’alleanza globale dove resterebbe comunque prima potenza. Per questo mi auguro che l’invito ad Ankara delle nazioni del Pacifico includa loro figure politiche apicali per avviare un processo integrativo più profondo e rapido. Fantapolitica?
Ci sono segnali di convergenza euroamericana sul punto: nel dopo Trump sarà possibile e quindi lo scenario Nato globale (con cambio di nome) sta prendendo probabilità.