L’aumento dell’export globale italiano verso i 700 miliardi nel 2027 che è obiettivo del governo in carica appare raggiungibile in base ai dati del 2025 (circa 650 miliardi) ed a quelli correnti che indicano un ulteriore incremento. Considero la tenuta di questa strategia che denominai “Italia globale” (Rubbettino, 2023) come uno dei fattori principali “salva Italia”: bilanciare con più crescita dell’export il debito vista la difficoltà di ridurlo. Ma per arrivare a quota 700 nel 2027 e poi superarla ritengo che Roma debba cercare un terzo moltiplicatore di forza da aggiungere a quelli tradizionali di convergenza con Stati Uniti ed Ue. Con i colleghi italiani ho appena formato un nucleo di ricerca dedicato all’Italia entro il programma - con ricercatori del G7 - “deglobalizzazione conflittuale e ri-globalizzazione selettiva” attivo dal 2013. Non sto sottovalutando il momento critico sia tecnico finanziario sia politico dell’Ue né la conduzione contingentemente problematica degli Stati Unti, ma proprio per questo motivo sto cercando il terzo fattore. Un primo requisito è che il terzo fattore sia compatibile con gli altri due. Ce né uno? C’è in forma di partenariati bilaterali strategici che la politica estera italiana sta espandendo sul piano globale, densi di accordi economici. Questi bilaterali tendono ad essere anticipativi o comunque compatibili con la spinta dell’Ue ad incrementare i trattati doganali, per lo più convergenti verso l’obiettivo di zero dazi: Giappone, Canada, Mercosur; poi in lavoro India, Australia, Indonesia, Filippine, Messico, ecc. Per tutte queste aree c’è una elevata probabilità di vantaggio comparativo per l’export italiano di quantità superiore all’import. Inoltre l’Italia sta spingendo molto le relazioni con nazioni africane ed intensificando le relazioni con quelle arabe-sunnite e iniziando proiezioni collaborative con Paesi dell’Asia centrale che per lungo tempo non saranno predisposte per trattati con l’Ue. Per l’Africa e le nazioni arabe andrebbe cercata più convergenza bilaterale con gli Stati Uniti per il comune interesse al rifornimento di materiali critici e geopolitico: è visibile una riconvergenza. L’attività dei sistemi assicurativi e di sostegno all’export italiani, facilitata dalla creazione di una sezione economica del ministero degli Esteri, è vasta e specializzata per dare raggio internazionale alle piccole imprese. Problemi? La concorrenza intraeuropea verso l’estero è prevedibile, ma contenibile. Eccesso di mercantilismo divergente dalla postura geopolitica degli alleati? Il governo è attento a non fare questo errore. Competitività decrescente per ritardo di adeguamento alla rivoluzione tecnologica delle imprese? La tecno-competenza del sistema industriale sta accelerando. Cosa manca? Più capitale per fondi pubblico-privato che sostengano la proiezione globale e più attrazione di capitale estero. Raccomando al mondo finanziario di valutare più a fondo il potenziale proiettivo geoeconomico italiano.