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Noi Scopriamo Talenti / We Discover Talents
Noi Scopriamo Talenti
We Discover Talents
12/1/2026

Settima Proposta


by Edoardo Tabasso

Se è del tutto vero che la globalizzazione ha consentito di liberare e mettere in moto energie come quelle dei cinesi e degli indiani, così come di alcuni Stati africani, è altrettanto vero che le accelerazioni incontrollate e incontrollabili attivate dalla globalizzazione hanno attivato numerose e consistenti proteste, suscitate dalle attese deluse, nel cuore stesso delle democrazie europee. Di  dinamiche che stanno fomentando la rinascita, sotto nuove forme, di tradizioni illiberali. Siamo di fronte ad un neofeudalesimo di un’élite tecno-burocratica finanziaria, ben posizionata e coperta dai media vecchi e nuovi, che Joel Kotkin, un liberal che non ha aderito alla caccia alle streghe contro Trump, ha analizzato nei volumi Coming of Neo-Feudalism. A Warning to the Global Middle Class e The New Class Conflict.
Per l’autore stiamo assistendo al ruolo performativo di una nuova oligarchia, gentry, liberaliste progressista, della finanza e dell’high tech, la cui potenza di fuoco è fornita dall’industria dell’intrattenimento e del consumo, dai media, dalla pubblicità, dalla comunicazione e della tecnologia. Si tratta di un fronte iperconnesso e trasversale che nelle sue eterogeneità è compatto e coeso nel perseguimento di una vaga ideologia che potremmo definire globalista. Il vento protezionista soffia sempre più forte su entrambe le sponde dell’Atlantico e la collisione tra i principi del libero commercio e le rivendicazioni localistiche dei sedicenti sovranisti, di destra come di sinistra, va analizzata per leggere bene il presente, e dare un senso agli spostamenti dei corpi elettorali, alle non più sorprendenti scelte che fa il cittadino in balia di un senso di smarrimento crescente. I processi in corso possono rappresentare un allarme rosso per l’Europa, priva di anima e che non ha più tempo per continuare a perseverare negli errori e nel prolungare la propria agonia istituzionale e politica. La perdita della sovranità nazionale è accettabile se, e solo se, è fatta in nome di un’istituzione maggior mente capace di garantire la sicurezza e il benessere di ciascuno, nonché più rispettosa e rappresentativa delle culture e delle tradizioni di quanto non lo siano gli Stati nazionali. Altrimenti, laddove questo non accada, la marginalizzazione della storia di questo continente si prospetta come un destino annunciato. Da troppo tempo l’Unione europea si ritiene infallibile e appare incapace di trarre 231 una lezione dai propri errori di percorso, con la conseguenza di trovarsi imprigionata in una continua fuga in avanti, fatta di continue forzature. Potrebbe essere il momento giusto per mostrare agli europei che l’Europa sa anche essere la soluzione dei loro problemi in un mondo in cui la dimensione nazionale è troppo piccola.
Si tratta di problemi di grande magnitudo, difficili da percepire per la maggior parte dei cittadini europei che hanno vissuto, all’ombra dell’equilibrio bipolare della guerra fredda, la più lunga fase di espansione economica della loro storia e la quasi contemporanea immersione nei flussi mediatici televisivi. Nello stesso tempo in tutti i paesi industriali avanzati avvenivano cambiamenti radicali nell’organizzazione del lavoro e negli stili di vita, che favorivano la nascita e la diffusione di un nuovo tipo di cultura popolare forte mente segnata, soprattutto nei segmenti giovanili, dalle attività del cosiddetto tempo libero, dalla diffusione generalizzata di un’etica dei diritti umani e dalla tutela di ogni tipo di minoranza. Tutte queste trasformazioni, unitamente allo sviluppo accelerato delle nuove tecnologie informatiche, di Internet e dei cellulari, hanno contribuito a creare e a diffondere la falsa illusione che il mondo stesse diventando più piccolo, più trasparente, più facile da capire e da governare. Sì è così costruita, a poco a poco, l’idea che l’ostacolo principale al “governo delle cose del mondo” non consistesse nella maggiore complessità che la crescente interdipendenza tra culture, processi ed eventi, tendeva a creare, bensì risiedesse nell’ incompetenza e nella corruzione del ceto politico, nella farraginosità e nell’arretratezza delle istituzioni politico-burocratiche.
Assistiamo ad un metissage ideologico del tutto inedito, la cui egemonia non accenna ad erodersi sotto la duplice spinta che proviene dalle delusioni provocate dagli effetti non voluti e non previsti suscitati dalla globalizzazione e dalla vulnerabilità delle reti ipertecnologiche costruite dallo sviluppo della cosiddetta società dell’informazione. Si tratta di un impasto ideologico che ha reso difficile l’esercizio di un giornalismo critico capace di favorire l’inserimento nei circuiti di una sfera pubblica democratica dei grandi numeri, dei sempre più numerosi individui, che ancor oggi vengono denominati con il riduttivo termine di masse, che il geometrico aumento delle risorse e i progressi della medicina fanno venire al mondo. Tutto si coniuga, in un “facilismo” disarmante, l’ingenua complessità tecnologica con una teoria sociale ipersemplificata, che coltiva il sospetto che il potere e la politica siano, quasi per definizione, corrotti e corruttori. È accaduto, invece, che la storia si facesse più complessa e richiedesse da parte di tutti la coltivazione di una più accentuata disposizione a imparare di più, acquisire maggior sapere nonché competenze necessarie per vivere in modo riflessivo. Nonostante la maggiore opacità sociale, le rappresentazioni mediatiche della vita sociale e politica hanno fatto nascere e crescere l’illusione di vivere in un mondo sempre più trasparente, sempre più facile da capire, da vivere e da controllare.
Lo scontro politico, la contrapposizione tra diversi modi di concepire il futuro dell’Europa, le istituzioni comunitarie e le relazioni euro-atlantiche sono messi in scena sia dai suoi più diretti protagonisti istituzionali, come il Parlamento europeo, sia nelle enfatizzazioni giornalistiche che lo comunicano all’audience generalista, al mondo sociale dei cittadini e degli elettori, in forma ultra-spettacolarizzata. Secondo modalità discorsive e cornici interpretative che non soltanto di struggono in un colpo tutti i significati simbolici del processo di unificazione europea, ma delegittimano pesantemente la politica, le istituzioni e i suoi principali protagonisti, impoverendo i con tenuti cognitivi di dinamiche che avrebbero lo scopo di informare i cittadini europei e il più vasto mondo sociale sulle opzioni politiche e sulle strategie d’azione da attivare.
Invece di informare, invece di contribuire ad accrescere le conoscenze, il giornalismo politico insiste, per semplificare, solo sui dettagli con il pretesto di accendere i riflettori su un particolare ritenuto, a torto, illuminante e significativo perché rende i cittadini incapaci di cogliere lo sguardo d’insieme, le proposte come le difficoltà da affrontare. Un effetto valium che stordisce e distrae e diffonde sfiducia.