Il vecchio luminarico guardò il giovane apprendista alzare gli occhi al cielo per vedere l’aeromobile che li stava lentamente sorvolando; l’ombra del dirigibile li aveva sorpresi mentre stavano facendo una pausa nella grande pianura erbosa, ed aveva momentaneamente agitato gli animali che stavano pascolando pigramente. All’inizio era sembrato che una nuvola stesse coprendo il sole, tanto era silenzioso e lento il procedere del mezzo ma, non appena il profilo creato sul terreno aveva iniziato a delinearsi insieme al ronzio basso e costante dei motori, era risultato chiaro che era uno degli ultimi costruiti dal regno di Kazir.
I grandi occhi marroni del giovane stavano guardando il cielo mostrando uno stupore che solamente un ragazzo di sedici anni può provare e, per un brevissimo istante, il vecchio percepì un guizzo di invidia invaderlo. Fu solo un istante, nemmeno un battito di cuore, ma sufficiente a farlo vergognare per aver invidiato l’ingenuità e la freschezza del ragazzo.
Goditi il tuo tempo giovane apprendista. Il momento della maturità e della realtà arriva troppo presto. Pensò.
«Scoppierà la guerra maestro?» Gli occhi limpidi di Miril erano ora fissati su quelli grigi del vecchio.
«Una guerra come quella pre-unificazione intendi? No. Non credo. Probabilmente scoppierà una qualche scaramuccia tra il regno di Kazir e, a giudicare dalla direzione presa dal dirigibile, la Confederazione Marinara del Nord. Se le cose dovessero diventare più gravi verremmo chiamati noi conservatori a mediare e tutto si calmerà nel giro di qualche settimana. Nessuno vuol buttare al vento ottant’anni di pace e di prosperità.» Ma le parole del vecchio non erano sufficienti a tranquillizzare Miril, che era tornato a guardare l’aeromobile allontanarsi verso nord, trascinato dal vento. «In ogni caso», proseguì Tak Jon, «non è un nostro problema. Noi siamo studiosi, ricercatori di verità, non mediatori. So cosa stai pensando “Quella è la direzione dove stiamo andando anche noi” ma non dimenticare mai che godiamo di immunità e neutralità, ovunque andiamo, riguardo le faccende delle guerre e della politica.»
Così dicendo si alzò dalla pietra miliare sulla quale era seduto e si diresse a prendere il cavallo che stava brucando l’erba. Era un grande animale da soma, con i muscoli ben sviluppati, soprattutto sulla schiena che presentava un dorso ampio e forte, con gli arti che terminavano in zoccoli larghi.
«Adesso basta perdere tempo, ci siamo riposati abbastanza e, prima che tramonti il sole, possiamo fare ancora molta strada. Se saremo fortunati oggi troveremo una locanda o un posto dove riposare: le mie povere ossa iniziano a soffrire, se devono dormire all’addiaccio per più di due notti consecutive.»
Il giovane Miril si avvicinò tenendo le bardature tra le braccia, con le bisacce che giacevano a terra. Mentre guardava il suo apprendista preparare la loro bestia da soma, Tak Jon non poté non pensare a quanto fosse particolare la natura e al suo dualismo: in quel momento il cavallo stava brucando l’erba verde, tralasciando completamente quella viola velenosa; nella grande pianura i due tipi di erba erano distribuiti in maniera quasi uniforme anche se, guardando più attentamente, la quantità di quella viola sembrava maggiore. In effetti, si accorse il vecchio, le macchie d’erba viola erano più dense e distribuite in maniera più uniforme, quasi che quella verde stesse perdendo una guerra che era durata ormai da troppo tempo. Per fortuna le mandrie dei grandi udal, che prediligono la viola, erano state spinte a sud dai cacciatori, nelle terre disabitate, e non ne rimanevano oramai più di qualche centinaio di capi al limite del deserto.
Vakir III di Morvén aveva deciso di ricevere il luminarico nella sala del trono, dove solitamente teneva le udienze per il popolo, anziché nel suo studio privato come da uso per i loro incontri. Fin da quando aveva accettato il ruolo di reggente, dopo la morte di suo fratello Bodari, in attesa che il nipote raggiungesse i sedici anni e potesse ascendere al trono, Vakir aveva iniziato a nutrire un odio viscerale verso quella congregazione che gestiva le faccende politiche di tutti i regni e gli stati da dietro le quinte. Appena saputo della morte del re, i conservatori, con l’appoggio degli altri regni, avevano fatto arrivare un tutore affinché istruisse il giovane Iskar sui suoi futuri incarichi. Vakir non credeva ai buoni propositi di quella specie di preti, era invece convinto che il vero compito del luminarico, fosse di spiare lui e controllare il futuro sovrano.
Con la tragica morte del giovane principe qualche anno più tardi e la sua conseguente salita al trono, Vakir pensava di potersi liberare del rappresentante dei conservatori; ma, non si sa come, Ganiani era rimasto ad occupare le sue stanze nel palazzo reale e Vakir non era riuscito a trovare una scusa valida per scacciarlo. A peggiorare la situazione, con la complicità di sua moglie, che nutriva simpatie per quelle persone, negli anni erano arrivati altri due studiosi ad irritarlo.
Le cose stanno per cambiare, oh se stanno per cambiare! Questa considerazione che si faceva strada nella mente di Vakir mentre vedeva il luminarico procedere a passo lento lungo il corridoio nella sua veste ufficiale di diplomatico. Pensi di impressionarmi vestito così? Vuoi dirmi: guardami, oggi io sono il diplomatico, non lo studioso, e sono qua affinché la guerra che stai per scatenare si fermi. Per trovare un accordo... il pensiero gli diesgnò sul viso un sottile sorriso, mentre Ganiani si fermava davanti a lui, a quindici passi di distanza dal trono, come voleva il protocollo e si inginocchiava.
«Salute a te Vakir III, reggente di Kazir e dispensatore di giustizia.»
«Salute a te Ganiani il luminarico. Sono qua per ascoltare le tue parole.»
Ora che i saluti di rito erano stati fatti, il rappresentante dei conservatori poteva iniziare a parlare. Pur sapendo che, accogliendolo nella sala delle udienze come un qualunque petente, Vakir era intenzionato a sminuirne l’importanza, la sua missione troppo importante, per lasciare che questi piccoli gesti lo potessero influenzare.
Preservare la pace ad ogni costo, null’altro importa. Era quello che continuava a ripetere a sé stesso.
Ganiani si alzò in piedi; sapeva di essere un uomo alto, ma aveva voluto ugualmente mettere le scarpe con il tacco, in modo da sovrastare il sovrano di tutta una testa.
«Vakir», disse guardandolo direttamente negli occhi, e lasciando che la sicurezza data dal suo rango nella società fosse visibile a tutti. «Da più di ottant’anni noi conservatori, oltre che preservare e diffondere la conoscenza, cercando di ricostruire la storia che abbiamo dimenticato, ci occupiamo di mantenere la pace su Mondo.» Ganiani si concesse qualche secondo di pausa.
« Dopo il lungo periodo di guerre che devastarono la nostra società per oltre cent’anni, tramite la Riunificazione, siamo riusciti a evitare che i piccoli scontri, che talvolta accadono tra i regni, sfociassero in guerre sanguinarie. Il compito che noi ci siamo assunti, e che voi ci avete sempre riconosciuto, è anche quello di mediare nelle dispute tra governi, affinché la violenza non torni.»
Il gesticolare delle mani, che aveva accompagnato le sue parole fino ad ora si interruppe.
«Ho saputo che ieri, poco prima dell’alba, quasi all’insaputa di tutti, il Gigante è salpato al comando del generale Iscaris Tonai, carico di soldati in direzione della confeder….»
«Vedo che le tue spie ti hanno informato bene, uomo!»
L’interruzione di Vakir colpì Ganiani. Perché infrange il protocollo interrompendomi? C’è qualcosa che io non so, o di cui i miei informatori non mi hanno messo al corrente? La sicurezza che il luminarico aveva manifestato fino a quel momento iniziava a vacillare. Non posso mostrarmi debole. Non adesso!
Ma i pensieri non erano abbastanza forti da sostenere l’animo di Ganiani, tanto che Vakir potè leggere l’esitazione negli occhi dell’uomo e incalzarlo: «Quello che io faccio o non faccio, per il bene del mio popolo, non è affare tuo o della tua congrega sacrilega!»
Congrega sacrilega! In tutta la sua vita non aveva mai sentito apostrofare i conservatori con così tanto disprezzo. Una trappola, questa è una trappola! Devo riprendere il controllo della situazione, devo portarlo a parlare della guerra.
«…Della Confederazione Marina del Nord», proseguì Ganiani, come se il reggente non lo avesse interrotto, ma la sua voce ora iniziava a dare segni di insicurezza. «Il mio compito, ed il mio dovere, come luminarico più anziano presente nel palazzo è quello di cercare di trovare un modo affinché si possa evitare una guerra.»
«Come unico luninarico attualmente presente, vorrai dire… vecchio.» Le parole di Vakir erano taglienti. «Evidentemente le tue spie non sono state attente: i tuoi confratelli Janis e Davel non si trovano da un paio di giorni.»
Il viso di Ganiani aveva improvvisamente perso ogni colore, come se il sangue avesse smesso di affluirvi. Janis e Davel le mie informazioni li davano partiti per una missione diplomatica verso la Terra di Vandar. Cos’è successo realmente? Cosa sta succedendo? I miei informatori mi hanno tradito! Ma perché tutto questo? Devo capire cosa sta succedendo.
«Perdonatemi maestà ma, a quanto mi risulta i miei due confratelli sono in missione diplomatica presso vostro suocero Mark il Rosso.»
Mentre finiva di parlare, sul viso di Vakir fece capolino un sorriso. La voce del sovrano era controllata: «I tuoi… confratelli… si, avrebbero dovuto ottemperare ad una mia richiesta per una missione diplomatica ma, la verità, è che non si sono mai presentati per ricevere le consegne. Un atteggiamento oltremodo oltraggioso verso la mia figura, un vero insulto da parte dei conservatori.»
In quel momento si spalancarono le porte della sala.
Sebbene la stanza da bagno fosse sufficientemente grande, una leggera foschia dovuta al vapore dell’acqua calda, aveva riempito l’aria: la piccola finestra non era stata in grado di dissiparla, così la luce delle candele, diffusa dal vapore stesso, creava un’atmosfera eterea, con bagliori soffusi che danzavano delicatamente nell’aria umida.
«…E è a quel punto che il re ha comandato di rinchiudere il vecchio luminarico nelle sue stanze.» L’ancella stava strofinando la schiena di Lady Nui nella vasca con delle essenze profumate, mentre finiva di farle il resoconto di quanto avvenuto qualche ora prima nella sala delle udienze.
«Mio padre non ne sarà per nulla contento, Jamina. Per nulla…» Gli occhi della regina si chiusero mentre, lasciandosi scivolare in profondità nell’acqua calda, cercava di immaginare le conseguenze a lungo termine delle scelte di suo marito, un uomo collerico e sempre pieno di rabbia, che si lasciava guidare più dall’istinto che dal buon senso, ma che era anche capace di organizzare cospirazioni e tradimenti elaborati, che lei era stata costretta a sposare per suggellare un’alleanza. A dire il vero il loro era un matrimonio che funzionava né meglio né peggio di altri: sebbene non lo amasse e non avessero nulla in comune, nessun interesse e nessun obiettivo nella vita che li accumunasse, era comunque un bell’uomo, ancora giovane e pieno di ardore, e giacere con lui non era poi così brutto. Inoltre, malgrado fosse spietato e senza scrupoli, non era mai stato violento con lei, non l’aveva mai picchiata e le aveva sempre mostrato il massimo rispetto; a differenza di quanto capitava spesso in altri matrimoni combinati.
Chissà cosa farebbe se sapesse di me e del generale Tonai, riflettè lady Nui arrossendo leggermente, mentre pensava alle mani del suo amante che l’accarezzavano, immergendosi ancora di più nell’acqua calda.
Questi momenti di relax diventano sempre più corti e meno frequenti, fu il pensiero prima di abbandonare con rammarico il tepore rassicurante del bagno e, alzandosi di scatto, uscire con sinuosa fluidità dalla vasca, lasciando una pozza d’acqua ai suoi piedi. L’ancella corse con un panno per avvolgerla, ma non prima che il freddo delle vecchie mura le provocasse una leggera pelle d’oca.
«Il re ha detto cosa succederà adesso al luminarico?»
Jamina la stava asciugando, massaggiandole delicatamente le spalle.
«No mia signora, gli ha comandato di rimanere nelle sue stanze, fino a quando non avrà esaminato le prove. Un soldato è stato messo a guardia della porta.»
Lady Nui chiuse gli occhi, traendo il massimo piacere dal massaggio. «Sei riuscita a scoprire come hanno fatto a catturare Janis e Davel?»
Gli occhi dell’ancella si abbassarono leggermente sul corpo della regina, mentre rispondeva: «Si dice che siano stati convinti ad andare al Tempio della Verità, e che siano stati interrogati da Zorac stesso.»
«Si dice?» La regina sollevò un sopracciglio.
«Così mi ha raccontato il capitano della guardi reale.» Sebbene Jamina non era certo una verginella innocente, il pensiero dell’uomo, le disegnò comunque un sorriso di piacere.
«È incredibile quando parlino gli uomini quando sono a letto. È affidabile la notizia?»
«Si, mia signora. Si vantava di aver fatto tutto da solo: il re — mi ha detto — lo ha convocato nelle sue stanze private, dove non era presente nessun altro. Era molto orgoglioso della fiducia che il sovrano aveva riposto in lui, gli ha ordinato di condure i due conservatori, con una scusa qualunque, presso il tempio e lasciarli a Zorac.»
«Prosegui!»
Jamina non era sicura che l’ordine si riferisse al racconto del capitano, piuttosto che al massaggio che stava facendo sulle gambe della sua padrona, così andò avanti con entrambi.
«Mi ha raccontato che ha inventato la scusa di alcuni documenti pre-guerre, conservato nel tempio, e che il sommo sacerdote voleva mostrarglieli, affinché ne attestassero l’autenticità. Gli ha detto di essere andato prima da Ganiani e che, non avendolo trovato si era rivolto a loro; ha insistito affinché andassero subito perché il Patriarca dei Rinati aveva poco temo. Prima di andarsene ha chiesto al sacerdote che stava chiudendo i portali, cosa sarebbe successo ai due, con un sorriso gli ha risposto che Zorac voleva fargli qualche domanda. Se la mia signora vuole, posso incontrare ancora il capitano stanotte e fargli altre domande…»
Adesso che aveva finito di asciugare Lady Nui, e la stava guardando in viso mentre l’aiutava a vestirsi con la lunga tunica turchese, l’espressione di piacere sul viso dell’ancella era sparito.
«Mi dispiace darti una delusione Jamina, ma penso che la tua storia d’amore con il capitano Nüfer sia finita: è da ieri che al corpo di guardia vedo il suo vice e non mi stupirei se, nei prossimi giorni, venisse trovato il suo cadavere in qualche vicolo, accoltellato da un rapinatore.»
Chiuso nella sua stanza, Ganiani cercava un modo di avvisare la sede dei conservatori del pericolo che incombeva su tutti loro. Mentre era nella sala delle udienze il re, o chi per esso, aveva dato ordine di svuotare la sua stanza di tutto il superfluo, lasciando solamente la cassa con i suoi vestiti, qualche libro senza nessuna importanza, le lenzuola del letto ed il pitale.
Lo sguardo del vecchio luminarico si portò nuovamente sulla cassa dei vestiti, pensando al doppio fondo nascosto, impossibile da trovare. Malgrado la premura che lo attanagliava, aveva deciso che la cosa migliore da fare era attendere la notte e agire nel buio: aveva una sola possibilità e troppe volte aveva visto commettere errori da persone prese dalla fretta.
Mentre era seduto alla scrivania, guardava la finestra. Troppo piccola perché un uomo possa passarvi, ma non per tentare di mandare un messaggio, rifletteva mentre programmava il suo estremo atto di fedeltà verso l’ordine al quale aveva dedicato la vita. Entrato quando aveva circa dieci anni, era stato uno dei più giovani studenti e, all’età di diciotto anni, aveva avuto il suo primo incarico senza la supervisione di un maestro: recuperare un’antica mappa pre-guerre indicante l’ubicazione di diversi manufatti. Purtroppo la mappa era risultata un falso, anche se ben fatto, ma l’aver scoperto la tentata truffa gli era valso il rango di luminarico.
Chissà se Janis e Davel avranno la forza di superare questa prova? I due luminarici, sapeva bene, non avevano la sua determinazione e fedeltà verso la causa dei conservatori.
Mentre riviveva gli eventi del giorno prima, rivedeva lo sguardo di Zorac che arringava la folla nella sala delle udienze, e il destino dei suoi due confratelli si faceva sempre più reale nella sua mente.
A differenza di quanto successo con Ganiani, che era stato fatto entrare nella sala delle udienze da una porta ricavata in uno dei due battenti, quando era entrato il sacerdote, lo aveva fatto nella maniera più teatrale possibile: spalancando entrambe le ante dell’enorme portone e, portandosi al centro della sala, aveva iniziato la sua requisitoria senza dare il tempo a nessuno di protestare: «Quest’uomo! Quest’uomo e la sua congrega sacrilega vorrebbe controllare il destino di Mondo. Anzi il destino di tutti noi.» Lo aveva subito attaccato, indicandolo con il dito.
Dovrei rispondere o è meglio che stia zitto e ascoltare prima di muovermi?
Era stato il suo pensiero che lo aveva portato ad attendere e a fare la scelta sbagliata. Non che ve ne fosse una che avrebbe potuto cambiare l’esito ma, almeno, avrebbe dato al sacerdote dei Rinati più filo da torcere e, forse, avrebbe potuto portare qualche nobile dalla sua parte.
«Per ottant’anni», aveva proseguito Zorac, «con la scusa di preservare la pace, ci hanno fatto credere che dovevamo ascoltarli… Che dovevamo abbassarci alle loro mediazioni… accettarle! Perché? Perché solo loro, dicono, sono i custodi della verità e della storia! Perché solo loro cercano quella verità che è andata persa negli oltre cento anni di guerra! Perché solo loro hanno la saggezza necessaria per evitare altri cento anni di violenze! Questo è quello che ci dicono da oltre ottant’anni.»
Le pause di Zarac erano studiate: in quel momento tutta la sala stava in silenzio, e attendeva che il sacerdote proseguisse la sua requisitoria.
«Maestà io sono qui per chiedere che quest’uomo venga arrestato! Quando ho saputo che era in udienza presso di voi mi sono precipitato dal tempio di corsa affinché, con i suoi paralogismi, non vi convincesse a retrocedere dalle vostre giuste decisioni. Io so di cosa la dialettica di questi sacrileghi sia capace.»
Sacrileghi, perché questa parola continua a ritornare? Perché tutto quest’odio verso di noi?
«Ho le prove, dopo anni di ricerche, che la congrega dei conservatori vuole assoggettare tutti i regni e gli stati al suo volere.»
Adesso basta, non posso permettere che continui!
«Tutto questo è falso!» Era scoppiato Ganiani, consapevole finalmente che lo scopo di tutta quella farsa era un attacco all’ordine dei conservatori, e non a lui. «Noi non perseguiamo nessuno scopo se non la pace, chiunque lo sa. Non abbiamo eserciti, solo scuole, non abbiamo armi, solo libri. Chiedete a chiunque di noi. Mandate una delegazione presso la nostra sede centrale, sui monti Kuura, e vedrete che non nascondiamo nulla.»
Sapeva che era inutile rivolgersi al re, ma sperava che qualche notabile presente nella sala, potesse accogliere questa sua velata richiesta di aiuto, ed andasse ad informare la sede centrale di quello che stava succedendo.
«Maestà», proseguì Zorac ignorando le proteste di Ganiani, «come vi dicevo ho le prove: ho la dichiarazione di alcuni testimoni che possono, sotto giuramento, confermare quanto ho detto e che sarò felice di portare alla vostra attenzione, e quella di tutta la corte tra due giorni.»
Astuto questo sacerdote, ho sbagliato a sottovalutarlo: invitando anche la corte, il re che evidentemente è d’accordo con lui, farà finta di essere costretto ad accettare e di essere equo nella sua decisione. Devo giocare d’anticipo.
«Se questi testimoni esistono, perché non ora? Perché non oggi stesso? Sono sicuro che tutti i presenti siano ormai incuriositi da queste testimonianze.»
La sfida del conservatore era diretta verso Vakir più che verso Zorac, ma il re si limitò a sorridere, guardando il sacerdote che rispose allo sguardo e, con voce melliflua, affondò l’ultimo colpo: «Maestà! Vakir III, reggente di Kazir. Mi rivolgo alla vostra benevolenza e vi chiedo di attendere due giorni: i testimoni di cui parlavo prima sono due poveri uomini, che per molti anni sono stati traviati dalla falsità dei conservatori. In effetti sono due di loro che, vivendo a Kazir hanno potuto conoscere il Tempio della Verità e rinascere. Queste due povere creature hanno dovuto soffrire molto nel loro intimo, una volta abbracciata la vera fede e abiurato le false conoscenze. Attualmente stanno facendo un percorso di purificazione presso di noi al tempio. Vi chiedo di poter lasciare che queste due anime siano finalmente libere dal loro peso, e poter venire da voi con spirito puro e sincero.»
A quel punto, Vakir, aveva fatto rinchiudere Ganiani nelle sue stanze e rinviato la sua decisione di due giorni.
La Lanterna era più un rifugio che una stazione di posta od una taverna. Durante gli anni aveva goduto di prosperità: situata ai margini della grande foresta oscura che separa il regno di Kazir dalla Confederazione Marinara del Nord era un luogo di passaggio di merci e di eserciti che, non si sa per quale motivo, avevano sempre preferito approfittare dell’ospitalità, più o meno volontaria dell’oste, anziché depredarla. Si era ingrandita, anno dopo anno, fino ad occupare con la sua recinzione a forma di trapezio, un’area di quasi seimila metri quadrati e che, con i vari edifici sparsi al suo interno, assomigliava più ad un piccolo villaggio fortificato, che ad una stazione di posta. L’attuale proprietario, un corpulento uomo di mezz’età, figlio del fondatore della locanda, giustificava il muro affermando che per lui, la sicurezza dei suoi ospiti e dei loro beni, era una priorità.
I due viandanti arrivarono alla Lanterna verso il primo pomeriggio, quando il sole era ancora alto nel cielo. Un grande acquartieramento di soldati del regno di Kazir era sistemato all’esterno delle mura mentre, malgrado mancassero ancora parecchie ore prima del tramonto, all’interno il recinto era pieno di carri merci e cavalli, nonché di alcune tende militari, probabilmente appartenenti ad ufficiali, che facevano sembrare lo spazio della stazione di posta più angusto di quello che realmente era.
Miril e Tak Jon percorsero il viale che portava all’edificio principale, attraverso quello che sembrava più un bazar di città, che un bivacco di viandanti: molti commercianti approfittavano della sosta forzata per fare affari, in un angolo alcuni circensi si esibivano per dei soldati annoiati, mentre altri militi perdevano ad un tavolo di dadi la loro misera paga, tra una serie di imprecazioni, bevute di vino e una o due palpatine al seno di qualche prostituta. D’un tratto l’attenzione di Tak Jon venne richiamata verso un angolo delle mura perimetrali, dove un gruppo di soldati era radunato intorno ad un palco. A differenza di quanto accadeva in tutto il resto dell’improvvisato bazar, dove si trovavano radunati quei soldati regnava uno strano silenzio: un sacerdote, vestito di una lunga tunica completamente bianca, con solo il simbolo di una croce rossa dal disegno spigoloso, con i quattro bracci sottili ed allungati, che si estendevano con simmetria perfetta all’altezza del cuore, parlava a quegli uomini rudi che, non solo lo stavano ascoltando con reverenziale rispetto, ma sembravano disposti a gettarsi nel fuoco ad un suo gesto. Una strana inquietudine si impossessò del vecchio conservatore che accelerò il passo, seguito dal suo giovane apprendista, che era rimasto ipnotizzato da una così eterogenea quantità di persone presenti, tanto da non notare quello strano raduno.
La porta della Lanterna sembrava, come tutto il resto, costruito per resistere ad un assedio: fatta di legno di brakka era pesante e rinforzata da diversi inserti di metallo; malgrado il peso si aprì facilmente e senza alcuno scricchiolio sotto la spinta di Miril, segno di una manutenzione costante.
All’interno, tutte le panche risultavano occupate, e la paglia sparpagliata per terra era stata talmente calpestata, da diventare una poltiglia fangosa sulla quale alcuni cani macilenti correvano tra un tavolo e l’altro, nella speranza di recuperare qualche boccone di cibo caduto. In un angolo, in un enorme camino, si stavano cuocendo pezzi di carne su delle griglie mentre, in un focolaio a buca situato al centro della grande sala, stava bollendo un pentolone con dello stufato. I bicchieri di birra o di vino annacquato quasi non si contavano sui tavoli dove, sei o sette giovani garzoni, avevano il loro da fare nel correre tra gli avventori, per riempire quelli vuoti o sparecchiare quando qualcuno si alzava.
«La carne alla brace costa sei scudi e due pezzi, lo stufato due scudi. La birra otto pezzi mentre il vino due ma, mangiate qualcosa, ed il primo bicchiere è offerto. Per il resto sedetevi dove trovate posto e aspettate che un ragazzo venga da voi.»
Chi aveva parlato era un uomo alto e robusto, con spalle larghe e braccia muscolose, a testimonianza che non solo si limitava a gestire la taverna, ma era anche abituato al duro lavoro. Era conosciuto con il nome di Henry Blackwood ma tutti lo chiamavano Hank il mescitore, un soprannome che portava con rispetto e scherno al contempo. Il volto era segnato dalle rughe intorno alla bocca, segno di sorrisi frequenti, sulla sincerità dei quali Tak Jon nutriva seri dubbi; vestiva una tunica marrone di lana che arrivava sopra le ginocchia, lasciando intravvedere un paio di braghe di cotone bianche, prima di arrivare agli stivali in cuoio rinforzato che apparivano morbidi e di ottima qualità, a dimostrazione che quello che sembrava un povero oste in verità era un uomo benestante.
«Penso che, per me ed il mio apprendista, un po’ di stufato ed un bicchiere di vino possa bastare. Dopo dormiremo sul pavimento o su qualche panca se sarà possibile.» Le parole di Tak Jon erano umili come di sua abitudine.
Blackwood aveva parlato senza guardare i due uomini appena entrati ma, ora che i suoi occhi si erano posati su di loro, la scintilla di calda accoglienza che brillava poco prima si era trasformata in una luce di preoccupazione. Non per la prima volta, da quando erano entrati all’interno della recinzione della Lanterna, il vecchio luminarico aveva percepito una sensazione di disagio pervadere tutto il suo corpo senza motivo.
«Ci mancava solo questa: due conservatori nella mia taverna proprio oggi!»
«Chiedo scusa, non è nostra intenzione arrecare disturbo. Chiediamo solo un po’ di calore, cibo e un riparo per la notte. Domattina all’alba andremo per la nostra strada. Possiamo pagare, non si preoccupi»
«Non sono i soldi il problema maestro. Fin dai tempi di mio padre voi conservatori siete sempre stati i benvenuti alla Lanterna. No… non è questo…»
Lo sguardo di Blackwood stava analizzando la sala mentre parlava: «…ma voi capite bene che adesso i tempi sono cambiati.»
Cambiati? Cosa vorrà dire quest’uomo? Cosa sta succedendo al mondo?Questa volta non fu una sensazione di disagio che colpì Tak Jon ma di paura mista ad ansia. C’è un pericolo ed io non riesco a vederlo…
«Timmy! Timmy! Vieni qua, ragazzo!»
Blackwood stava chiamando uno dei garzoni cercando di non farsi notare.
«Eccomi padrone!» Il ragazzo che aveva risposto era sui dodici anni, alto quasi quanto Miril e con lo sguardo furbo.
«Accompagna questi due uomini nelle stalle, quelle private non quelle pubbliche. Poi torna qua e prendi due pezzi di carne, due ciotole di stufato, una caraffa di birra e portagliele. Mi raccomando non parlare con nessuno e fai tutto da solo ma, soprattutto, non dire nulla a nessuno!»
Così dicendo infilò una moneta da uno scudo nelle mani del giovane, poi proseguì rivolto al luminarico: «Seguite Timmy, è un bravo ragazzo ed è fedele, di lui mi fido come di mio figlio; tenete la testa bassa e cercate di non farvi notare.»
Spinse i due conservatori fuori dalla porta, facendo scudo con il suo corpo ad eventuali curiosi.
Il giovane garzone camminava veloce e furtivo come un gatto, cercando di stare il più rasente possibile al muro, seguito dai due viandanti che avevano, invece, un andamento più goffo. Giunti all’angolo della Lanterna dovettero attraversare un piccolo spiazzo, anche questo pieno di persone e soldati, che però non sembrarono prestare attenzione al terzetto.
Le stalle private erano un edificio dietro la taverna tozzo e quadrato, alto come tre uomini, senza finestre ma con delle aperture vicino al soffitto, larghe poche spanne ed altrettanto alte, che correvano lungo tutto il perimetro, con l’evidente scopo non di far entrare la luce, ma piuttosto areare il locale. Anche questa costruzione era protetta da una pesante porta fatta di legno di brakka, e rinforzata da diversi inserti di metallo che, a differenza di quella della taverna, era chiusa a chiave, mentre il portone della stalla, sempre fatta di pesante legno di brakka, era sbarrata da una grande trave spessa quattro dita. Il giovane estrasse dalle tasche un mazzo di chiavi, dal quale selezionò quella per aprire la porta. Prima di entrare afferrò una lanterna ad olio appesa allo stipite destro e dalle tasche estrasse una tinderbox dalla quale prese il necessario per accendere un fuoco; in pochi istanti una luce rischiarò la porta.
Timmy fu l’ultimo ad entrare con la lampada che in quel momento illuminò in parte la stalla. Lungo tre pareti erano presenti diversi stalli, di dimensioni maggiori di quelli comunemente utilizzati per contenere i bovini. Svegliati dalla luce improvvisa diverse figure iniziarono ad agitarsi.
«Udal!» le parole si spensero nella gola di Tak Jon mentre guardava le enormi creature: poche volte nella sua vita il vecchio luminarico era rimasto sorpreso da qualcosa, e questa era una di quelle.
«In verità non sono veri udal», rispose il giovane, mentre stava armeggiando per sistemare la luce ad un gancio, come se il fatto di avere simili animali in cattività fosse normale. «Questi sono addomesticati, per quanto lo possano essere gli udal. Da quello che so aveva iniziato il padre del padrone. Li ha abituati a vivere al buio qua dentro, sembra che così siano più mansueti. Poi, quando serve, li macelliamo o li facciamo riprodurre. Quasi nessuno sa di questo posto.» Le parole del giovane mostravano adesso una grande autostima: «Il padrone non permette a tutti di entrare, io sono uno dei pochi fortunati. Aspettate qua, torno appena possibile con il mangiare.»
Così facendo scomparve oltre la porta, chiudendola dall’esterno.
«Maestro» la voce di Miril era altrettanto stupefatta di quella del suo mentore, «Com’è possibile? Gli udal sono animali aggressivi nessuno è mai riuscito ad allevarli.»
«Sarebbe meglio dire che non abbiamo notizie di qualcuno che vi sia riuscito», fu la risposta divertita di Tak Jon, «quello che vediamo qua dimostra che è possibile. Forse il nostro amico non è il solo ad averlo fatto e, forse, ha più segreti da nascondere di quanti noi possiamo pensare. Direi che potremmo iniziare a prepararci il giaciglio per la notte e metterci comodi, ho come l’impressione che Timmy non tornerà tanto presto. Guarda c’è della paglia pulita là in quell’angolo, ma stai attento a non avvicinarti troppo alle proboscidi di quell’udal. Saranno anche addomesticati ma non mi fiderei.»
Miril si diresse con cautela verso il box che ospitava l’animale, camminando lentamente e cercando di non fare rumore con le sue scarpe di tela con il fondo rinforzato in cuoio. I suoi occhi erano fissi sull’ animale e sulle sue due proboscidi, che si muovevano irrequiete nell’aria mentre sentivano l’odore del giovane che si avvicinava. Appena fu alla giusta distanza l’apprendista allungò le mani sulla paglia, raccolta in piccole balle, ideali per essere manovrate da una sola persona. Le sue dita si strinsero sui lacci di canapa che la tenevano raggruppata e, cercando di non fare movimenti bruschi, iniziò a trascinarla attraverso il pavimento di terra battuta. L’ Udal, pensando che il fieno fosse per lui, iniziò a battere le sue sei zampe sul terreno spaventando ancora di più il giovane apprendista.
Appena rientrato all’interno del cerchio di luce della lanterna Miril si accasciò a terra, più esausto di quello che normalmente sarebbe stato, facendo riaffiorare il sorriso sulle labbra del suo maestro.
Quando la porta della stalla si aprì nuovamente era ormai notte fonda e, con sorpresa di Tak Jon, fu Henry Blackwood stesso ad oltrepassare la soglia, reggendo un grande vassoio.
«Mi scuso se vi ho fatto aspettare ma, visto le circostanze, bisogna essere cauti. Purtroppo non ho tavoli qua ma se il vostro apprendista mi aiuta a spostare quella botte possiamo appoggiare il vassoio lì sopra…» Così dicendo si diresse verso un grande barile, vicino a dove erano accatastate le balle di fieno. «Non preoccuparti, non sono pericolosi.» proseguì indicando a Miril gli udal.
Il tavolo improvvisato una volta sistemate le vivande, visto che dovevano mangiare in piedi, risultò più comodo di quando si aspettavano. La cena si svolse in silenzio come da abitudine tra i conservatori, con l’oste che si limitava a bere della birra, passeggiare tra gli stalli degli animali e scuotere la testa. Una volta finto di mangiare toccò a Tak Jon rompere il silenzio.
«Vi ringrazio per l’ospitalità Henry Blackwood, ma non capisco proprio perché tutto questo mistero ed il doverci nascondere. Noi non abbiamo fatto nulla, siamo solo dei conservatori.»
«Solo dei conservatori? E lo dite come se fosse una cosa normale di questi tempi. Ma davvero non sapete cosa sta succedendo a Kazir?»
L’espressione del vecchio luminarico era più di curiosità che di sorpresa. «Mentre attraversavamo la pianura, abbiamo visto un aeromobile da guerra volare verso la Confederazione Marinara del Nord e, l’accampamento che abbiamo incontrato entrando alla Lanterna, non fa altro che confermare la mia deduzione su una probabile guerra. Ma queste cose non riguardano noi conservatori che, al massimo, veniamo chiamati in qualità di mediatori o, a volte, siamo noi stessi ad offrire i nostri servigi alle parti belligeranti: abbiamo Luminarici che sono specializzati in questo genere di affari. Ma io ed il mio apprendista siamo dei semplici ricercatori-conservatori, con l’incarico di recarci presso Tanui.»
Henry si massaggiò il viso. La stanchezza per la giornata impegnativa a gestire tutto quell’andirivieni di persone e, nel contempo cercare di nascondere la presenza dei due conservatori, lo aveva stremato.
«Maestro vi prego di mettervi comodo. Penso che sarà una notte lunga quella che ci aspetta, dobbiamo parlare di diverse cose.»
La stalla era immersa completamente al buio, illuminata solo dalla fioca luce della lanterna appesa a un gancio di legno; l’oste chiese a Miril di aiutarlo nuovamente a spostare tre balle di fieno più grandi, per essere utilizzate come sedie. Una volta accomodati Blackwood si schiarì la voce e iniziò a parlare: «Sapete chi è Lady Nui?»
«Si. La moglie del reggente di Kazir, dicono sia una donna di una bellezza unica…» rispose a mezza bocca Tak Jon
«Esatto, ma Lady Nui è anche la figlia di Mark il Rosso, sovrano della Terra di Vandar, ed io prendo ordini da lei… anzi da suo padre: la mia famiglia è al servizio di Vandar da molte generazioni. Mio padre era un Vandariano, un ufficiale dell’esercito reale», proseguì Henry Blackwood appoggiando il bicchiere di birra per terra, «da quello che mi ricordo il regno di Vandar e di Kazir sono sempre stati alleati. In quel tempo era scoppiata una guerra tra la Confederazione Marinara del Nord, ed il regno di Eadric il Saggio, nonno di Mark il Rosso. Una guerra che finì grazie alla mediazione di voi conservatori.»
«La mediazione in quel conflitto è uno dei nostri maggiori successi», Tak Jon aveva interrotto momentaneamente il racconto. «Nei nostri libri si parla di una difficile trattativa con Eadric il Saggio e di un accordo segreto, preso tra il nostro ordine e il regno di Vandar; solo membri del consiglio interno sono a conoscenza dei termini. Quello che è certo che, da allora, i discendenti del sovrano delle Terre di Vandar, sono sempre stati protettori del nostro ordine.»
Blackwwod si limitò ad un cenno affermativo con la testa prima di proseguire il suo racconto.
Per Lady Nui, far evadere Ganiani dalle sue stanze, era stato relativamente facile. Pochi uomini sapevano resistere al fascino di Jamina, così era stato sufficiente mandare la sua ancella ad offrire un po’ di vino al soldato di guardia alla porta del Luminarico. A quell’ora della notte, le possibilità che Jamina incontrasse qualcuno lungo i corridoi, o nell’ala dove si trovava il rinchiuso il conservatore, erano decisamente scarse. Così, dopo aver avvelenato la guardia e impossessatasi delle chiavi della stanza, la giovane donna era entrata, trovando il conservatore ancora sveglio, seduto al tavolo da lavoro intento a scrivere.
Chi dei due fu maggiormente sorpreso alla vista dell’altro non è dato sapere, ma di certo fu Jamina che, con la prontezza di spirito che la contraddistingueva, prese in mano la situazione: «cosa aspettate ad aiutarmi? Prendiamo quest’uomo e portiamolo dentro. Veloce prima che passi qualcuno!»
Gli occhi del vecchio erano sbarrati dallo stupore: «Ma… lo avete ucciso…»
«Non io maestro, voi lo avete fatto. O almeno è quello che crederanno domani mattina a corte. Questo è quello che devono credere tutti quanti: che Ganiani il luminarico ha avvelenato la guardia ed è scappato.»
«Ma è assurdo. Tutti sanno che noi conservatori non uccidiamo. E poi come avrei fatto? Dove avrei potuto tenere il veleno? La mia stanza è stata svuotata di tutto quanto.»
«Ma è facile, nello stesso posto dove tenevate quella carta e quel lapis che, in teoria, non dovevate avere», fu la risposta pronta dell’ancella indicando il baule aperto, con il doppio fondo in evidenza, mentre porgeva al vecchio un mantello color avorio con dei ricami dorati, che avvolgeva degli indumenti «Presto cambiatevi. Ho qua con me dei vestiti per voi e dei documenti di viaggio.»
«Io… io non capisco…»
«Fra due giorni voi sarete morto. Questa è la vostra unica speranza di sopravvivere.» Sbottò spazientita l’ancella. « Ascoltate bene: vi chiamate Hagen Harlan, siete un nobile che viene da Vandar e state tornando a casa.»
«Vi ringrazio ma, perché state facendo questo? »
«Lo faccio perché me lo ha ordinato la mia regina. Inoltre dovete andare veramente a Vandar e consegnare questa al re Mark il Rosso.»
Senza aspettare risposta infilò una lettera sigillata con della ceralacca, tra le mani del luminarico.
«Io non posso», tentò di protestare il conservatore, «devo recarmi ai monti Kuura, alla sede del nostro ordine. Devo avvisarli che un pericolo incombe su tutto Mondo, devo…»
«Non preoccupatevi di questo, ci penserà Vandar. Ma questo messaggio è importante che arrivi direttamente nelle mani di Mark il Rosso. Ecco questo è un lasciapassare per quando sarete nel regno di Vandar e questi dei soldi. Bene adesso seguitemi.»
Dopo che si fu cambiato, i due uscirono dalla stanza chiudendola dietro di loro. Ganiani faticava a tenere il passo di Jamina, che si muoveva tra i corridoi con una sicurezza che lui non aveva e, nella loro fuga frenetica, mentre lui si perdeva nei meandri del castello, l’ancella non esitava mai, conducendolo verso le segrete, in una zona che il vecchio luminarico non conosceva, fino a giungere a una porta nascosta, celata dall'oscurità delle ombre in una nicchia, dove finalmente si fermarono.
«Da qua dovrete proseguire da solo maestro. Attraverso questa porta si arriva ad un’uscita fuori dalle mura. Nessuno penserà a questa via di fuga: questo passaggio è stato chiuso da molto tempo, a causa dei gas che vi ristagnano, che bruciano facilmente se si accende una fiamma.»
Così dicendo aprì la porta che scricchiolò sui cardini.
Ganiani guardò il percorso che lo attendeva e le tenebre che doveva affrontare, consapevole che non appena avesse oltrepassato la soglia Jamina avrebbe chiuso la porta relegandolo nel buio più completo. Sarà sufficiente che cammini tenendo una mano sul muro, e sicuramente arriverò in fondo senza problemi.
«Posso farcela»
«Aspettate maestro, devo darvi questo.» Da una tasca nella veste estrasse un cilindro nero, lungo circa quindici centimetri, con un vetro su di un lato ed una piccola increspatura vicino ad esso, che porse al vecchio conservatore.
«Di cosa si tratta?»
Il luminarico stava girando quello strano tubo tra le mani cercando di trovarne un verso ed un senso.
«È un oggetto pre-guerre. Molto antico. Se premete quel piccolo interruttore produce luce dal vetro senza bisogno di fiamme. Ma fate attenzione, non dura in eterno, usatelo solo per attraversare il passaggio: ci sono molti ostacoli disseminati lungo il percorso, ed alcuni sono mortali. Forza andate, non c’è molto tempo.»
Così dicendo spinse Ganiani nello stretto cunicolo e chiuse la porta alle sue spalle.
Il luminarico sentì, sotto il suo dito indice, quello che lui aveva scambiato per un’ increspatura e che l’ancella aveva chiamato interruttore e lo premette; immediatamente un cono di luce puntò sul suo viso accecandolo. Lo diresse verso la galleria e notò come, in effetti, il percorso era molto disagevole, pieno di pozzi che si perdevano nella terra; sicuramente senza quella luce non ce l’avrebbe mai fatta.
Gli ci vollero circa quindici minuti per arrivare ad un'altra porta che doveva essere l'uscita. Quindici minuti durante i quali, la mente del conservatore, era sempre più occupata a cercare di dare una risposta a tante domande, che si erano insinuate nella sua vita, da quando Jamina lo aveva salvato dalla prigione, non ultima la natura di quel tubo che creava un cono di luce: da quelle che erano le sue conoscenze, nemmeno nella Casa Centrale sui monti Kuura avevano nulla del genere, solo antiche pagine e libri, scritti in una lingua ormai antica simile al moderno parlato, che i giovani apprendisti copiavano e ricopiavano affinché non si perdessero.