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I Riti Indispensabili

by G. Zincone

“Il coraggio senza riti è temerarietà.
La prudenza senza riti è paura.”
Confucio, Dialoghi (Ed it Garzanti)

L’insussistenza dei riti è stata una possibilità dai tempi della cosiddetta “Fine della Storia” ipotizzata a seguito della caduta del sistema sovietico.
La realtà successiva appare molto più vicina alle tesi di Huntington, di separazione multicentrica.

Chi scrive è nato e vive nel conglomerato Occidentale, si è posto il problema di sopravvivenza e dominanza di una ritualità parareligiosa che ha preso il posto di una religione organizzata condivisa, nel senso di instrumentum regni.
Il fare che ne deriva è soggetto a una rete dogmatica tanto più rigida quanto meno organizzata e competente.

In altri tempi, l’organizzazione e la competenza si sarebbero basate su un sistema.
Esso si fondava in primo luogo su letture e conclusioni condivise (anche per imposizione), sia sacrali (le varianti statuali del cristianesimo), sia parasacrali (il ruolo di Suslov nella URSS di Breznev).

I riti condivisi nell’Occidente contemporaneo sono invece riferiti a un conglomerato di credenze, incurante delle aporie.

Tra le credenze principali:
1) l’ossessione ecologica (riscaldamento globale e conseguenti decisioni estemporanee quali l’automotive elettrico, decrescita felice, deindustrializzazione - carbone, siderurgia);
2) il relativismo culturale (qualsiasi altra cultura conquistata/assimilata/limitrofa assume pari importanza);
3) il tema gender elevato a sistema (nel privato chi scrive ha totale assenza di pregiudizio, ma l’appartenenza LGBT non sia criterio preferenziale, a cominciare dalle arti visive);
4) la revisione storica del ruolo occidentale nel mondo, vista come annullamento di ogni lettura favorevole all’Occidente, dalle Crociate a Gengis Khan; dal ruolo degli Imperi - austroungarico, inglese, turco - al colonialismo ottocentesco;
5) la rinuncia sistematica alla forza e al suo uso a fronte di qualsiasi minaccia;
6) la non-demarcazione di confini tra ciò che noi siamo e ciò che è altro da noi.

Tali credenze, inoltre, sono connesse a una generica modalità espiatoria paracristiana, cioè derivante da una lettura aneddotica parziale di temi vangelici.
Cioè, della colpa occidentale.
Esse hanno assunto il ruolo di Riti Dominanti.

Dogmi, la cui infrazione comporta l’espulsione dalla comunità.
Il prezzo è stato pagato da molti intellettuali, il primo nome a venire in mente è Éric Zemmour.

Questo ha influenza sia nelle modalità collettive (comportamento, convivenza), sia nelle decisioni propriamente politiche e strategiche.
L’intervento odierno se ne occupa per conseguenze politiche e strategiche.
In particolare, ai fini della sopravvivenza del sistema occidentale in termini di libertà culturale e di benessere condiviso.
Termini relativi, dinamici ma incontrovertibili.

Il paradigma proposto da Luttwak con La Grande Strategia dell’Impero Bizantino (il mantenimento plurisecolare di un impero diminuito mediante apprendimento e adattamento) nel tempo attuale rimanda all’epoca delle divisioni tra iconoclasti e iconoduli, disgregazione interna e disarmamento a fronte delle minacce esterne.
Questo paradigma regge sotto il profilo dell’economia delle forze e del bilanciamento sfavorevole contro competitori esterni.
Tuttavia il dato mancante è l’assenza attuale di una religione condivisa.

Noi siamo postumi di un Occidente de-religioso, interconnesso in superficie e sprovvisto di fondamento.
Dove ‘gli uomini sono diventati poveri diavoli che “sanno tutto e non credono a niente” ’.

A titolo di esempio: le posizioni/opposizioni/ non-posizioni sulle questioni relative all’ingombrante vicino conglomerato islamico.
Laddove opporsi validamente alle istanze dominanti di alcune parti non deve equivalere alla deprecazione delle stesse, piuttosto alla loro conoscenza, al loro riconoscimento.
Chi scrive ha competenze limitate sul tema, ma ritiene ridicolo semplificare civiltà teologiche di fascino e complessità.
Con invito alla lettura di Henry Corbin (es. Corpo Spirituale e Terra Celeste. Dall’Iran Mazdeo all’Iran Sciita, Adelphi).

Altrettanto per il Celeste Impero e ai suoi nuovi scopi, modi, punti di forza e criticità utilizzabili.

Per comprendere chi si sia, sapendo chi siano gli altri da se’.

La rimozione degli studi sulla Civiltà della Tecnica, cioè da ciò che siamo diventati, dai temi degli studi diffusi della politica, anch’essa di natura ideologica, limita grandemente la valutazione prospettica di ciò che siamo e possiamo divenire.
Senza rimpianti per un passato meno confortevole e molto meno libero.
Cioè come seppero fare due grandi, controversi intellettuali del ‘900. Ernst Jünger e Carl Schmitt.
Le loro prospettive, le loro analisi sono preludio essenziale per l’elaborazione di un paradigma alternativo ai Riti Dominanti di cui sopra.

Il passaggio successivo attraverso l’elaborazione e il fondamento di un sistema culturale valido, complesso (mai univoco; dinamico) che abbia il ruolo di “Attrattore Strano” nel generare una cultura diffusa ri-generante che sia insieme intelligente, prospettica, mnesica e fondata.

Cioè, di un nuovo sistema fondato nella dinamicità.
Attraente - quanto lo fu la rete culturale statunitense nell’Europa dopo la guerra.
Un’opera di politica culturale di massa, che richiede sistematicità, lavoro e determinazione.
Perché ne va del nostro stesso sopravvivere.

Il richiamo e il suggerimento alla cultura visiva, sta nell’accesso più immediato (leggere richiede tempo e fatica...), nell’ambiguità intrinseca (evita collocazione facile e stigmatizzazione), nella trasmissibilità potenziale.

Quindi:
1) operare affascinando, via fondazioni culturali nelle arti visive (musica e cinema a seguire o in parallelo) con una regia finalizzata (strategica), ma mai immediatamente decifrabile e tantomeno classificabile;
2) elaborare e utilizzare un sistema culturale contemporaneo che abbia in se stesso le virtù di sistematicità, di fondatezza e di capacità di evolvere dissimulando.


Dediche e ringraziamenti
Il mio grazie alla prof. Luisa Bonesio, che mi ha donato gli atti del Convegno “Ernst Jünger e il pensiero del nichilismo”, da cui ho estratto verbatim la citazione della prof. Caterina Resta e indirettamente quella di Carl Schmitt.
A mia madre, che mi ha fatto leggere Confucio e la lirica cinese antica, anziché impormi di giocare a pallone.
A Umberto Galimberti che negli anni del liceo mi lasciò studiare la Politica Culturale del Nazismo (H. Brenner) e mi avvicinò - attraverso Heidegger - ai filosofi e scrittori della Rivoluzione Conservatrice.
Alla memoria di Karl Haushofer, di sua moglie Martha Mayer Doss e del loro figlio Albrecht, tragiche biografie paradosse tra due mondi in conflitto.
Ovviamente, a Gottfried Benn e alla sua musa Else Lasker-Schüler.
Agli Old Marburgers, Leo Strauss tra loro, da cui non smetto di imparare

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