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Sfumature di pensiero

by Filippo Brunelli

L’universalità di internet deve corrispondere all’universalità di un pensiero eticamente unificato?
Abbiamo assistito il mese scorso a due eventi che ci portano a riflettere: la chiusura degli account Facebook dei profili di Casa Pound e di Forza Nuova e, pochi giorni dopo, la chiusura temporanea della pagina dei “Socialisti Gaudenti”.
È certamente giusto e doveroso da parte del gestore di un servizio non fomentare l’odio e l’intolleranza, nonché l’incitamento alla violenza, non solo per evitare eventuali conseguenze penali, ma anche per tutelare la propria reputazione.
Ma in base a cosa un’azienda prede queste decisioni?
Nel caso di Facebook, un’azienda statunitense con sede in America, le regole della comunità si basano sul "politicamente corretto" della società statunitense in termini di linguaggi, etica, immagini ammesse e lotta alla discriminazione sessuale, il tutto basato sul puritanesimo tipico della società statunitense.
Sugli stessi principi etici che intingono questo tipo di pensiero vediamo che la soluzione dei conflitti tra le persone all’interno della comunità virtuale vengono lasciate a loro, senza censurare l’utilizzo di insulti e, nel contempo, si lascia spazio ad un relativismo scientifico e culturale che spazia da i no vax agli ufologi, dai complottisti vari, ai terrapiattisti, in base al concetto tipicamente nord-americano che la libertà di parola deve valere sopra tutto.

Sebbene la rete internet stia sempre più diventando un sistema chiuso e proprietario rimane ancora una rete libera, universale e aperta ma, a differenza di appena 10 anni fa, è aumentato il numero di persone che ne usufruiscono mentre è diminuito nel contempo il numero di siti che vengono visitati. Certamente anche allora la maggioranza degli utenti visitava sempre stessi siti, ma oggi gran parte degli internauti va solamente a visitare i social network come Facebook, Twitter, Instagram, Vk e, da qua, nasce una riflessione importante: quanto una società privata, con sede all'estero, abbia il diritto di decide che cosa sia pubblicabile o meno aldilà delle leggi di un paese e della sua Costituzione?
La prima causa di questa polarizzazione etica è dovuta, nel vecchio continente, all’arretratezza Europea nei confronti degli USA nel settore dei Social Network e dei motori di ricerca che ha portato un’egemonia culturale della società nord-americana nei nostri confronti, un’egemonia che è accentuata anche dalla presenza in massa della società americana nelle nostre televisioni nella maggior parte delle serie televisive, dei film e dei libri.
Alcuni paesi, come la Cina o dove vigono regimi totalitari o teocratici, lo stato tende a limitare l’accesso ad alcuni siti o social per, a detta dei censori, tutelare la cultura autoctona, ma in realtà queste forme di censura servono solo a tutelare loro stessi.
Chiaramente la censura ed un atteggiamento pregiudiziale nei confronti di altri modi di pensare non è, e non potrà mai essere, la soluzione ad un’egemonia culturale che si impone in maniera indiretta, così come non è possibile illudersi di cambiare gli atteggiamenti radicati. Bisogna, invece cercare di evitare il monopolio culturale ed ideologico dei social network recuperando il divario tecnologico che ci separa dalla società americana, incentivando lo sviluppo di nuove idee e favorendo la nascita di società tecnologiche sul territorio europeo.
Fare questo non vuol dire chiudersi su se stessi o avere atteggiamenti che vengono considerati di una determinata visione politica, ma è importante considerare che, se ad esempio, negli Stati Uniti mostrare il seno in pubblico è considerato immorale, in Europa, una simile concezione è diversa e così, un post che mostra una donna a seno nudo che manifesta a favore della prevenzione del tumore non è considerato immorale e, quindi censurato, a differenza di quello che succede oltreoceano.
Sempre nelle differenze tra cultura Statunitense e cultura Europea vediamo che da noi è più facile fare battute su un determinato gruppo culturale o linguistico (le famose barzellette: c’è un Italiano, un Francese, un Tedesco...) mentre negli Stati Uniti questo può venir considerato scorretto e razzista.
Nell’ambito dei social network queste differenze sono ancora più enfatizzate e gli algoritmi ed i robot che si occupano di valutare il contenuto di un post sono tarati su quello che è considerato “bene” dalla cultura che lo ha generato, in questo caso quella Americana che è molto diversa da quella europea.

L’ esempio di paese che è riuscito a mantenere una propria identità online è quello della Russia.
Nel 1997 (un anno prima di Google) nasce Yandex, un motore di ricerca costruito sul linguaggio e gli algoritmi russi che ancora oggi è più utilizzato di Google in tutti i paesi di lingua e cultura Russa che facevano parte dell’ex URSS, offrendo gli stessi servizi (che vanno dal noleggio auto alla vendita online, dalle mail gratuite alla richiesta di taxi) che sono offerti dai colossi made in USA ma pensati per un bacino di utenza culturalmente diverso. Nel 2011 la società è stata quotata nella borsa di New York ed ha ottenuto un valore di 1.3 miliardi di dollari, aprendo poi filiali in tutto il mondo, proprio come BigG e Facebook.
Vediamo quindi che, agevolare la nascita di motori di ricerca e social network a livello nazionale non vuol dire solamente tutelare la propria cultura ma anche offrire la possibilità di nascere ad aziende che hanno il potenziale di creare indotto e ricchezza per un paese.
Certo a livello Europeo le cose sono un po’ più complicate, siamo un insieme di stati e popoli che tendono ad avere una visione nazionalistica del concetto di unione europea ed abbiamo una moltitudine di lingue che complicano la realizzazione di un progetto europeo, ma recuperare il tempo perso non è impossibile ed è ancora fattibile.

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