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L’Illusione della navigazione anonima

by Filippo Brunelli

A luglio 2019 Microsoft ha pubblicato un report che elenca le principali aziende che si occupano del tracking dei comportamenti dell’utente sui siti per adulti. Dalla ricerca emerge che Facebook, Google, Oracle e Cloudflare sono tra le aziende più attive in tale settore.
Non deve stupire questo, visto che questi siti utilizzano il tracking dei visitatori e dei naviganti per indirizzare gli advertisment sulle pagine web e per creare il loro introito. Dal report risulta che 93% dei siti analizzati utilizzano script che registrano le abitudini di navigazione degli utenti e, di questi dati, il 74% viene inviato a Google, il 24% ad Oracle, il 10% a Facebook ed il 7% a Cloudflare.
Ma la cosa che dovrebbe preoccupare chi naviga (non solo nei siti per adulti) è che solamente solo una piccola parte di questi cookies (meno del 20%) invierebbe i propri dati sfruttando algoritmi di crittografia e quindi in maniera sicura. Per rendere un’idea di quanto possano essere invasivi i cookies di tracciamento basta pensare che alcuni antivirus e anti-malware li considerano come elementi malevoli!

Sulla base di quanto sopra detto si potrebbe pensare che utilizzare un servizio di VPN oppure di Tor durante la navigazione permetta di risolvere i problemi di privacy e di mantenere l’anonimato ma non è proprio così.
Un recente un articolo che Sven Slootweg (uno stimato sviluppatore indipendente) ha pubblicato sul suo blog personale ha infatti scoperchiato un vaso di cui già i programmatori conoscevano il contenuto ossia che utilizzare una VPN non garantisce l’anonimato.
Spieghiamo subito, per chi non lo sappia, cos’è una VPN.
Se cerchiamo su wikipedia cosa sia una VPN la cosa che la maggior parte degli internauti capisce è che in italiano questo termine è la traduzione di rete privata virtuale ma del resto, probabilmente, capirebbe assai poco. Se si cerca su youtube o su internet si è portati a identificare le VPN con la navigazione anonima e con la possibilità di fare quello che si vuole online senza il pericolo di essere scoperti.
In realtà, come dice Slootweg la VPN non è altro che un server proxy glorificato dalla maggior parte degli utilizzatori di internet.
Quando un utente “naviga” su di un sito web si collega al proxy (un computer remoto) e gli invia le richieste, il proxy si collega al server ospitante il sito web e gli inoltra la richiesta dell’ utente; una volta ricevuta la risposta, il proxy la manda al client richiedente.
Solitamente l’utilità di un proxy consiste nel fatto che velocizza la navigazione in quanto i siti visitati recentemente da qualunque utente di quella rete, vengono memorizzati nel proxy che in questo modo evita di scaricarli nuovamente e possono essere ricevuti alla massima velocità permessa dalla propria connessione.
Tramite un Poxy è anche possibile, per i provider internet o per le autorità giudiziarie dei vari paesi, bloccare l’accesso a taluni siti web o applicazioni online.
In pratica un proxy non è altro che un ponte tra l’utente e il sito web interessato.
Visto che i proxy, nella maggior parte dei casi, sono gestiti direttamente dai provider di accesso internet questi memorizzano la navigazione di un utente associando il suo indirizzo ip ( indirizzo che viene assegnato ad una macchina quando si collega alla rete internet) e gli indirizzi che visita.
Una VPN lavora, in un certo senso, allo stesso modo: agisce come un tunnel tra due diverse reti quella dell’utente e quella che intende raggiungere (per questo le VPN sono spesso utilizzate nel darkweb, dato che permettono di raggiungere anche reti non raggiungibili dal normali canali), bypassando il fornitore di accesso ad internet di un utente.
Il problema che anche i server delle reti VPN memorizzano in un log la navigazione che viene fatta da un utente, se non altro per potersi eventualmente tutelare da eventuali azioni giudiziarie, ma non c’è nessuna certezza di quali utilizzi il gestore del server VPN faccia dei nostri log, se li vende ad agenzie di advertisment, o se utilizzi la connessione di un utente alla VPN per scopi non legali.
Ogni utente che utilizza una VPN è infatti collegato ai loro servizi tramite il proprio indirizzo IP e se qualcuno vuole intercettare la connessione basta che lo faccia un qualsiasi altro punto, come quando si collega o si scollega alla VPN.
Inoltre, sebbene la connessione ad una VPN sia criptata non sempre lo è il trasferimento di informazioni con un sito, come nel caso dell’invio di dati dai form, non tutti i siti web hanno la criptazione dei dati (vedere l’articolo https://www.filoweb.it/magazine/31-da-HTTP-a-HTTPS-).
Per finire per i moderni metodi di tracciamento l’indirizzo ip dell’utente sono meno rilevanti che nel passato e le grandi compagnie di marketing online utilizzano altre metriche per tracciare il profilo di chi utilizza un servizio e la sua identità.

A questo punto viene da chiedersi per quale motivo esistono le VPN se sono così poco sicure.
Bisogna prima di tutto considerare che le VPN sono nate per scopi aziendali, per dare modo ai dipendenti di accedere alle infrastrutture di un network privato da qualunque parte del mondo essi si trovino, la possibilità di essere utilizzate in ambito privato per dare l’idea di una navigazione anonima ha dato il via ad un business. La maggior parte dei servizi VPN disponibili sono a pagamento mentre quelli gratuiti sono pochi e consentono una limitata lista di utenti connessi contemporaneamente.
Si può scegliere di utilizzare una rete VPN nel caso ci si trovi ad utilizzare quella che viene definita connessione non sicura, come nel caso di aeroporti o stazioni o comunque connessioni wi-fi aperte, ma se il nostro intento è quello di navigare nel più completo anonimato allora rimane solo una sicurezza emotiva.

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